Allo stadio

Domenica scorsa mi è capitata una cosa veramente strepitosa: ho scopato allo stadio, durante il derby. Mai successa una cosa così intensa e soprattutto mai successo di scoparmi una sconosciuta. Ero andato allo stadio con alcuni miei amici, tra l’altro anche con intenzioni bellicose ed infatti prima dell’entrata in curva ci siamo anche accapigliati con dei tifosi rivali. Insomma di certo non le migliori condizioni per una scopata! E invece…. Invece eccomi qui a raccontarvi di una domenica diversa dalle altre. Come tutte le domeniche nelle quali la mia squadra gioca in casa, mi sono incontrato con gli altri al bar: eravamo a conoscenza dell’arrivo di certi tifosi della squadra avversaria, con i quali avevamo avuto un incontro ravvicinato all’andata a casa loro ed eravamo pronti per la rivincita. Avevamo deciso di rendere pan per focaccia e quindi ci siamo avviati armati di spranghe e manganelli: come del resto avevano fatto loro qualche mese fa. Allora le avevamo prese di santa ragione ed addirittura un mio amico aveva passato anche qualche giorno in ospedale per una brutta frattura che doveva essere ricomposta. Questa volta sarebbe stato diverso, ma quando arrivammo allo stadio, trovammo la polizia schierata come per un G8 e più di qualche tafferuglio non riuscimmo a combinare. Tra l’altro tutti gli oggetti in nostro possesso vennero sequestrati e ci mancò veramente poco, che non finimmo dentro: insomma una domenica iniziata nel peggiore dei modi, ma che piano piano si è riaggiustata. Dopo l’ingresso in curva, gli striscioni e quant’altro, inizia la partita ed anche qui prendiamo legnate: la mia squadra va subito sotto di un goal e non accenna a reagire anzi, continua a subire le azioni in contropiede dell’avversario. Finito il primo tempo, i miei amici mi incaricano di andare al bar con tutte le ordinazioni, che poi rimarranno lì, perché ho trovato di meglio da fare. Al bar infatti c’era una fila lunghissima, mi sono rassegnato a stare in coda, ma vedo una bella tipa che mi guarda: per niente imbarazzata dal mio sguardo, sostiene la mia occhiata, finché non sono io a cedere. Ma dovevo guardarla tutta e quello che vedevo mi piaceva moltissimo: jeans attillatissimi sfrangiati, stivali tacco 12, camicetta bianca sbottonata al punto giusto e giubbino sempre di jeans: capelli lunghi fino alla vita biondi e mossi, un corpo da favola ed un visetto strepitoso. Mi giro per vedere se dietro c’è qualcun altro, ma sembra che la bomba sexy guardi proprio me ed infatti con un cenno mi dice di seguirla: non posso credere che una cosa del genere capiti proprio a me. Di certo non sono un mostro, ma nemmeno un adone al quale tutte cascano ai piedi: le mie storie le ho avute, ma ho sempre dovuto lottare parecchio per conquistarmele. Non dotato di un fisico atletico, sono infatti troppo alto e troppo magro, le ragazze non fanno certo la fila per uscire con me, visto anche il mio viso non proprio affascinante: nonostante abbia 24 anni infatti, sono ancora pieno di brufoli e la barba non ne vuol sapere di venire fuori, come del resto i peli sul petto. Ne avrò si e no 4 o 5 sparsi ed allora non capisco come mai questa tizia voglia proprio me. Magari le si è rotto il cellulare e cerca qualcuno che la faccia chiamare con il suo telefono, mi dico mentre la seguo e vedo che si sta dirigendo al bagno delle signore: mi fermo per farla andare, ma lei mi fa di nuovo cenno di seguirla. Entriamo nel bagno che per fortuna era vuoto e lei blocca la porta con il grosso portarifiuti in ferro poi mi si abbranca al collo e mi mette la lingua in bocca. Stupito e confuso sento anche la sua mano che mi tocca il pacco che ho in mezzo alle gambe, la troia va subito al sodo dunque! La confusione sparisce nel giro di 5 secondi e cominciò anch’io a limonarla a dovere: le faccio sentire tutta la mia lingua e devo dire che la tipa sapeva baciare molto bene. Ad occhio e croce doveva essere sulla trentina, ma si vestiva come una ragazza più giovane. Comincia a toccarla dappertutto: le tastai il sedere che era duro come il marmo, le tette erano una cosa meravigliosa. Gliele tirai fuori dalla camicetta e le succhiai i capezzoli durissimi ed eretti: le misi una mano sotto i jeans e dentro alla mutandine e trovai una fichetta depilata già bella umida. Il mio cazzo intanto era diventato di pietra e premeva per uscire da pantaloni e boxer: ci pensò lei a tirarlo fuori. Appena il tempo di respirare che il mio membro si ritrova chiuso tra le sue labbra voraci che succhiano meravigliosamente bene: la zoccola deve essere una pompinara esperta, mi dico tra me e me, vista la sua maestria nel leccare tutta l’asta e nel succhiare anche le palle. Non le do la soddisfazione di venire così presto, così la scosto, le tiro giù le mutandine, la giro contro lo specchio, le alzo una gamba e la penetro in piedi: la pompavo e guardavo allo specchio il suo viso, perso nell’estasi. La troietta stava godendo davvero ed ogni mio colpo la faceva gemere: la feci venire 2 volte in quella posizione, poi la misi seduta sulla mensola del lavandino, con le sue gambe appoggiate sulle mie spalle. In quella posizione, mentre la rombavo piano, potevo affondare la mia faccia nelle sue tette, potevo succhiarle e potevo infilare la mia lingua nella sua bocca. Poi l’urgenza si fece sentire e cominciai a pomparla più forte facendola venire un’altra volta: non potei evitare di sborrarle sulla pancia, non feci in tempo a fare meglio, ma almeno non le ero venuto dentro. Senza una parola e senza nemmeno uno sguardo la tipa si rivestì: non mi sembrare di essere andato tanto male, visto che l’avevo fatta godere tre volte, ma evidentemente quello era il suo carattere. Prima di uscire dal bagno, davanti al quale si era formata una fila lunghissima, la sconosciuta mi guardò per un attimo, forse voleva dire qualcosa non so, ma poi mi diede solo un ultimo intensissimo bacio e mi fece scivolare qualcosa nella tasca della giacca. Il bigliettino lo guardai dopo la partita a casa, anche se non riuscii a godermela, nonostante la vittoria della mia squadra in rimonta. Sul biglietto c’era il suo numero di telefono ed un nome: Roberta. Chissà se la chiamerò…

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