All’ombra delle buone maniere

La realtà spesso supera di gran lunga la fantasia, e questa vicenda che vi narro ne conferma il detto. Spesso i lettori superficiali cercano di carpire la vicenda già dalle prime righe: un antefatto e la scenografia dei luoghi preposti alla vicenda alla fine premiano chi frettoloso non è.

Ero ventunenne quando per necessità accettai il lavoro in una cooperativa di servizi che, in quel periodo si era aggiudicata l’appalto per la cura e la manutenzione delle aree verdi di pertinenza cimiteriale. Venivo dal settore edilizio e, nel nuovo luogo di lavoro non mi mancarono le richieste per piccoli lavoretti ai sepolcri, come stuccature, ripristini di parti mancanti ecc. l’orario di lavoro in cooperativa era dalle ore sette del mattino sino alle ore tredici, dopo di che ero libero di industriarmi come meglio potevo. Erano mesi oramai che quell’attività “laterale“ procedeva con soddisfazione, mi ero attrezzato con utensili adatti all’occorrenza. A quell’ora di solito il cimitero si svuota per venire poi invaso dopo le sedici, sino alle diciotto e trenta. In questa frazione di tempo svolgevo i lavoretti assegnatimi in santa pace. Poche volte c’erano delle persone presenti in giro. L’intero cimitero era davvero enorme e si estendeva allungandosi ed espandendosi su per la collina. Erano le sedici circa di un pomeriggio uguale a tanti altri, quando mi si avvicina una donna anziana, vestita a lutto, alta e appena arrotondata ai fianchi ma, non grassa, con calze nere che, più che mortificare, risaltavano le sinuosità delle gambe: mi chiede di alcuni sevizi da fare alla tomba del suo defunto. La seguo per un sopralluogo e giunti sul posto, ella si chinò a mostrarmi le crepe tra i marmi, ed altri servizi vari, nel chiedermi un preventivo si sedette sul marmo della tomba davanti a me, che nel risponderle le proposi un prezzo davvero economico anche in virtù del fatto che comunque quella rappresentava per me più che altro, un’integrazione al reddito. Però non potei trattenermi dal dare una guardata sotto le gonne aperte e a tiro dei miei occhi: le calze nere che indossava terminavano a mezza gamba che di lì in poi erano bianche ed opportunamente tornite, fin sotto le mutande anch’esse bianche. La donna aveva l’età della zia Erminia e non era proprio una bellezza, ma a me non importava, ero lì per lavoro. Mi apprestai ad aggiustare e stuccare i marmi rotti, e prima che ebbi terminato il lavoro, almeno due o tre volte vidi il culo e la fica impacchettata dell’anziana donna. Mi pagò all’istante e mi fornì insieme un biglietto scritto a penna con il suo (presumevo) indirizzo, nonché il numero di cellulare. Intascai il tutto e nei minuti che seguirono, feci mente locale
e ficcai il biglietto nella borsa degli attrezzi. Dopo qualche giorno, me ne ero dimenticato completamente, ecco di nuovo la vedova che risentita della mia dimenticanza, mi chiedeva con insistenza quando potevo andare a casa sua. Per dovere di onestà le dissi che dato che me n’ero dimenticato, sarei andato da lei nel giro di qualche ora.
Si fece promettere che effettivamente non avrei disertato l’appuntamento.

Per le diciassette, percorrevo la stradina di periferia indicata dall’indirizzo, e raggiunto il casolare colonico scesi a bussare con il battente in ottone pesante ancorato al portone antico. Qualche attimo più tardi esso si schiuse cigolando sui cardini: apparve la donna anziana, ancora più tetra in quella cornice greve. L’androne dava su un cortile interno, ed ai due lati salivano due rampe di scala che immettevano alle due ali del fabbricato settecentesco. Al primo piano mi introdusse nel salone e di stanza in stanza arrivammo ad una camera con un camino in marmo massiccio antico coronato da grottesche e festoni scolpiti. Una parte al lato sinistro, in alto era divelta e riposava si alcuni fogli di giornale posti sul pavimento di maiolica invetriata della stessa epoca. Osservai attentamente il lavoro che pur non presentando difficoltà elevate era però impegnativo in quanto si trattava di un pezzo di rilevanza storico-artistica. Iniziai alacremente il lavoro, mentre la donna seduta sul divano, innanzi al camino, osservava attenta; di tanto in tanto si alzava allontanandosi per pochi minuti, poi ritornava a sedersi. Io dal canto mio sbirciavo sotto le sue gonne appena potevo, tanto lo spettacolo era gratis. Si fece sera ed il lavoro progrediva con mia somma soddisfazione ma, era chiaro che non ce l’avrei fatta a terminare quella sera. Intorno alle venti, rassettai tutto, riposi gli attrezzi del mestiere in una sacca e, m’apprestavo ad andare via quando lei mi chiese: “vuole restare a cena, mi farebbe davvero piacere, oltretutto lei è così bravo e scrupoloso nel lavoro, sa ne saremmo contente”. Mi colpì l’ultimo periodo della frase, perché dal singolare era passata al plurale senza quasi rendersi conto. Di certo non era un errore, dato che si trattava di una donna colta ed intelligente. Mi intrigò l’insieme, ed avanzai una blanda scusa, adducendo il diniego al fatto che non ero vestito per l’occorrenza, mi rassicurò che nessuno in casa vi avrebbe fatto caso. Dunque restai e, raggiunto il bagno, mi procurai di fare una doccia rinfrescante.
Mi presentai alla donna in nero che attendeva nell’ampia cucina ma, non era più sola. L’accompagnava una ragazza giovane che poggiava i gomiti sulla tavola ma, aveva lo sguardo fisso sulla parete di fronte, ella era completamente assente. Un fantasma di sé stessa. La vedova di nome Laura, era la madre di Emma, appunto la persona seduta alla tavola. Emma era ( mi disse poi) fin da bambina chiusa in se stessa, era cresciuta vivendo una realtà parallela ma, come separata come da un vetro divisorio. Lei non esprimeva desideri, non parlava, non apriva argomenti, né discuteva. Mai.
Durante la frugale cena, più volte la mia ospite abbassandosi mi fece vedere le sue nudità. Ormai ero allupato ed il pensiero che certamente ci sarebbe anche stata. Ah! Se soltanto fossimo soli! Quando Laura si allontanò per recarsi nel salotto a prendere bicchierini e liquori, un lampo mi balenò nella mente, una voglia di testare:allungai le mani sulle tette della ragazza e ne approfittai della loro sodezza, dei capezzoli turgidi.
Emma, non profferì parola, i suoi occhi mi guardarono languidi e la bocca serrata si aprì in una sottile fessura. Tesi l’orecchio vigile, dai rumori sperai che ci volesse ancora tempo prima che Laura ritornasse. Mi alzai ed affiancatomi ad Emma le presi la mano e la poggiai sul pacco che avevo nei pantaloni. La mazza mi sembrò volesse scoppiare sotto il tocco della sua mano, il suo respiro si fece più intenso. Perfetto! Pensai la ragazza era sessualmente matura, anche se tutta richiusa in sé stessa. Che fosse vergine? Mah, avrà avuto qualche ragazzo che magari le aveva fatto sentire il cazzo in bocca o tra le mani! Cribbio, era comunque una fica tipica del 90/60/90; col suo bel culone inforcato nei stretti jeans. L’unico handicap era che non interloquiva se non espressamente richiesto. Laura tornò e bevemmo il liquore, quindi mi invitò ad alzarmi per raggiungere il salotto con ella, nello stesso tempo ordinò ad Emma di rassettare e raggiungere la sua camera per mettersi a dormire. Non dimenticò però di portarsi dietro i beveraggi da consumare mentre di là, avremmo discusso del più e del meno. Seduta sul divano con le gonne abbondantemente scosciate, mi attirò la massa di carne bianca che nascondeva a mio avviso il paradiso delle voluttà. Il cazzo deformava i pantaloni in modo inequivocabile. La mia mente si barcamenava al pensiero delle tette sode e dure di Emma, e d’altronde anche la tardona già olezzava di afrore sessuale. Tra un dire ed un sorriso ammiccante apri le cosce con fare osceno, fissando il bozzo tra le mie gambe. Il rumore della porta che si chiudeva ci disse che Emma era nella sua camera. Le sue mani si posarono in contemporanea a stringersi le tette mentre la lingua umettava le labbra ancora più oscenamente semidischiuse. Mi sembrò ingiusto tenere ancora il cazzo chiuso nelle braghe. Lo liberai tirando fuori anche due palle gonfie e raggrinzite. Scoperchiai la cappella rossa mentre una lacrima ne fuoriusciva dalla fessura. Senza indugi mi alzai in piedi lasciando cadere sul pavimento le braghe e gli slip. Mi inginocchiai davanti ad ella che si sfilava un tanga ridottissimo, facendolo scorrere lungo le cosce fasciate dalle calze nere autoreggenti. Un attimo ancora persi, prima che ella mi afferrasse la testa con entrambe le mani per infilarla in mezzo alle cosce. Il mio viso affondò in un mare di carne liscia, burrosa, ella premeva fin quando il naso e le labbra non si insinuarono nella più grande pucchiacca che avessi mai toccato o visto. Ella comandava il gioco, io ubbidiente eseguivo le sue volontà, leccando e succhiando i copiosi umori della grassa fica. La aprì con un gesto abile, consueto la fica, indirizzando nella mia bocca tra le labbra un clitoride grosso quanto il pollice della mia mano! Succhia, succhia! Comandava dispotica. Il clitoride era un prolungamento delle grandi labbra esattamente posto all’apice della fica, aveva come due ali laterali le grandi labbra stesse, ma la cosa strana per me (mai vista prima) era il fatto che questi fosse un organo “erettile”! logicamente affondavo anche la lingua dentro la carne rossa oltre a succhiare e sbocchinarla, per quanto potessi! Il tremolio delle sue gambe, lo stringermi la testa ed infine la pressione delle mani poste sulla mia testa mi annunciò che ella stava per essere travolta da un orgasmo. L’urlo soffocato, accompagnato da sibili interdentali e mugolii, furono la conferma. Il mio viso era tutto impastricciato, le nari percepivano l’odore acre e dolciastro della bava vaginale di quella troia infoiata. Il mio cazzo? Era un cesso. Inarcato, gonfio con tutto il sistema venoso esterno in rilievo, urlava affinché gli venisse data una fica, che so magari anche un culo in cui svuotare i coglioni pulsanti e tronfi. Mi alzai con l’intento di penetrare nella fessa avida ma, ella mi sussurrò : vai in camera da Emma, ha bisogno di sfogarsi, povera figlia mia!
-Ma signora! È sua figlia, come può farle questo? E poi non ho con me preservativi-
sbottai sinceramente colpito da tanta efferatezza. Mi si affiancò con dolcezza, afferrò il cazzo teso ma incurvato all’insù e mi sussurrò:vai, fallo, facci contente!
( contente?) Intanto la sua mano esperta toccando la carne del cazzo sensibilissimo, ne soppesava il turgore e sbatacchiandolo qua e là ne sentiva la consistenza.
-Entra nella camera , ci sarà la luce spenta, infilati nel letto, Emma ti starà aspettando, (proseguì ruffiana), sii dolce con lei.-
La camera di Emma era immersa nel buio ma, rischiarata fievolmente dalla luce dei lampioni esterni che filtravano dalle tapparelle abbassate non del tutto. Tirai la porta dietro di me appena in tempo perché Laura chiuse le luci del salone e si ritirò.
Scivolai nel letto di Emma che mi dava le spalle. Sotto le lenzuola avvertii la sua pelle liscia soda, e completamente nuda. La accarezzai un poco, anche per saggiare la sua disponibilità. Tremò al contatto che il cazzo duro le procurò adagiandosi nel solco delle sue natiche. Girò la testa verso di me e le nostre bocche si cercarono e si trovarono aperte e desiderose, le lingue si intrecciarono, ed ella mi strinse forte la cappella nelle chiappe ferree, spingendo all’indietro il bacino. Rispondeva bene la troietta, non parlava ma il randello era di suo gusto! Il calore del culo, la tensione che l’ano resistente e volutamente non umettato, trasmetteva alla punta del cazzo era una cosa irresistibile, persi la lucidità, presi a spingermi dentro di lei, cercando di romperle il culo, aggrappandomi alle sue spalle, lei dal canto suo però, ruotò lenta di lato il corpo, mettendosi carponi e tirandomi dietro come una lumaca tira dietro il suo guscio, manovrò da sotto con la mano destra, afferrando il randello, dirigendolo tra una “pennellata” e l’altra davanti alla fighetta. Avvertii il languido tepore bagnato della fessa, sospinsi prima dolcemente per vincere una certa resistenza alla penetrazione, poi il cazzo scivolò dentro, affondando come in una pozza di liquido denso. Era meravigliosamente stretta quella figa! Stantuffavo dentro fin quasi a tirarlo fuori per poi infierire con affondi secchi e decisi. Ella vibrava come un treno in corsa , ne dedussi che si stesse sditalinando ma, stramente, non c’era il contatto delle sue dita o la sua mano con la mia mazza che svangava dentro di lei. Crebbe in me la curiosità e la voglia di vedere quella troietta un po’ suonata, con la luce accesa, mentre la fottevo nella stanza illuminata, magari riflessa in uno specchio. Allungai la mano e accesi la grossa abat-jour sul comodino, e…..cribbio, ci rimasi di sale! Riflessi di lato nello specchio dell’armadio, io stavo dietro e sopra di Emma, che col cazzo infilato nella figa, e lei si menava alla grande una sorta di cazzetto, stringendolo nella mano destra! Oddio che cazzo era quella bestia immonda provvista di figa , che quant’è vero ddio ci tenevo infilato dentro la mia virilità, e con un cazzo lungo una decina di centimetri, stretto nella mano destra si masturbava come un maschietto?
Mi sollevai inebetito col mio cazzo in ritirata . Boccheggiai in ipossiemia, non respiravo. Da quando?
Non era di certo un trans, cazzo, la fottevo alla grande nella fighetta fradicia di umori vaginali, ed allora cos’altro era, Emma, mi chiedevo durante attimi interminabili trascorsi là, impalato al centro della stanza.?
La porta si era aperta, non so quando, Laura nuda e maestosa mi si affiancò e rincuorandomi mi disse di calmarmi, che mi avrebbe spiegato tutto.
Laura raggiunse la figlia/o Emma inebetita sul letto ( ma lei lo era di suo) e cominciò a succhiarle il cazzo che si fece duro e forse più grosso. I rumori della bocca di quella puttana, contribuirono a calmarmi, inoltre carponi com’era mi si apriva davanti agli occhi una figa grossa quanto se non più a quella di una cavalla. Il paragone mi fece eccitare ed ormai ero pronto a svuotare i coglioni in una di quelle fighe. Mi poggiai dietro Laura infilandole dentro la mazza, ella gradì molto, tanto che mi tenne avvinghiato portando dietro un braccio per tenermi stretto. Laura sbocchinava Emma ed alternava il bocchino a lunghe leccate di figa, che Emma apprezzava, infatti teneva la madre con entrambe le mani sulla testa. La mollò staccandosi da lei, ci appartammo sul tappeto al centro della camera. Laura si distese sul pavimento a cosce aperte ed io mi ci adagiai là, in mezzo alle tette, nelle cosce dentro la sua figa. Ella mi ricevette dentro e si chiuse intorno a me con un abbraccio da mantide religiosa. Ci stringemmo furiosi con le bocche incollate ed all’interno le lingue saettanti con cui ci scambiavamo entrambi la saliva. Emma ci si affiancò accarezzando or l’uno, or l’altra o entrambi. La “presa” di Laura si fece più ferrea, attorcigliata a me anche con le gambe, mi teneva bloccato come nella lotta greco-romana. Emma mi venne sopra continuando ad accarezzarci e quando mi ritrovai il suo cazzo bagnato nelle chiappe, fu troppo tardi per reagire. Sfilò trale mie natiche ed ella spingeva con voga imprimendo il moto anche a me ed a Laura. Dopo pochissimo che mi fotteva nel culo, Emma mi sborrò dentro, aggrappandosi alle mie spalle, scossa dagli spasmi dell’orgasmo. Sentendo la sua sborra che scivolava fuori dal culo, calda mene venni pure io nella fessa della madre. Emma intanto leccava il mio buco del culo la sua stessa sborra , poi si insinuò leccando anche quella che fuoriusciva dalla fessa della madre.
Al mattino presto lasciai quella casa, ripromettendomi di non farvi più ritorno. Mi ero scoperto gay? Ero un culattone? La domanda mi assillò per i giorni successivi, lasciandomi senza pace. Le femmine che intravvedevo mi arrapavano lo stesso ed anche di più. Allora in che cazzo di casino psicologico mi ero ficcato? Si Emma me lo aveva ficcato nel culo e la cosa era strana per me, ma io mele ero fottute entrambe e non saprei dire chi del trio era più porco o zoccola.
Sarei tornato da loro lo sapevo ma non lo volevo ammettere

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