Triangolo

Gita in moto

Fare gite in motocicletta è la maniera con la quale sono solito decomprimere lo stress.
Quell’anno il 2 Giugno cadeva di martedì ed il lungo ponte aveva riempito la riviera romagnola già dal venerdì precedente.
Il tutto esaurito era stato favorito anche da un anticiclone che aveva anticipato una calura tipica della piena estate. Un po’ nauseato dal caos del giorno prima, il lunedì pomeriggio decido di evadere dalla spiaggia affollata e fare una gita in collina con la mia amata due ruote.
Giunto ai confini fra Romagna e Toscana, scorgo un ponte romano che mi ricorda le sguazzate al fiume che facevo da ragazzino con gli amici, proprio in quel punto. Fermo la moto e prendo il ripido sentiero che scende verso il fiume, in quel punto divenuto ormai un torrente.
Lungo il percorso incrocio una famiglia e un paio di coppie, che percorrono il sentiero in senso inverso, risalendo verso il parcheggio.
Pur essendo una lunga giornata di giugno, la conformazione della gola la rende tutta in ombra a partire da metà pomeriggio, e i pochi audaci bagnanti presenti nelle due gorghe stanno quasi tutti smobilitando per andarsene.
Stendo il mio telo sulla roccia, mi tolgo gli scarponi da moto, mi stendo, e, cullato dal suono della cascata poco distante, mi assopisco.
Quando riapro gli occhi l’orologio mi avvisa che ho dormito per circa 40 minuti. Mi guardo attorno e noto gli ultimi rimasti, oltre me: una coppia sulla quarantina, con accento toscano, anche loro con abbigliamento motociclistico ed un telo in due.
Lui manifesta l’intenzione di tuffarsi ed inizia a spogliarsi, nel farlo mi rivolge la parola, facendo qualche ipotesi sulla temperatura dell’acqua.
Rimasto in mutande inizia a cercare un accesso all’acqua agevole. Trovatolo, dopo un breve conciliabolo con la sua compagna, mi chiede per educazione se può fare il bagno senza mutande per non bagnarle, visto che siamo rimasti gli unici nella gorga. Per fargli coraggio gli dico che stavo per fargli la stessa domanda.
Ho mentito: conosco bene la temperatura dell’acqua in questo tratto di fiume appenninico ad inizio Giugno e non lo farei, ma provo a “mangiare la foglia”.
Si toglie le mutande denudando i glutei abbronzati e si tuffa di testa, impavido.
“È un po’ fredda, ma si fa”, mi dice riemergendo.
A quel punto mi sento in obbligo di mantenere fede all’intenzione manifestata ed inizio a spogliarmi a mia volta. Nel farlo noto che anche lei inizia un po’ timidamente ad allentare qualche cerniera.
Nel guardarmi togliere l’ultimo capo rimasto e calarmi in acqua completamente nudo vengono meno anche le sue ultime titubanze.
Raggiunta la gorga più interna e buia della gola mi appoggio ad una roccia con le braccia e, nascosto dalla cascata interna, li osservo un po’ a distanza.
Lei è rimasta in mutande e sta cercando di abituarsi gradualmente alla temperatura dell’acqua, a seno nudo.
Passa qualche minuto con l’acqua alle ginocchia, i capezzoli inturgiditi dal freddo, con lui che dall’acqua la incita a tuffarsi, prendendola un po’ in giro.
Quando finalmente sembra pronta ad entrare in acqua lui le urla di togliersi le mutande, per poterle poi rimettere asciutte.
Nell’udirlo, lei istintivamente mi cerca con lo sguardo. Ovviamente la sto guardando.
Si sfila velocemente le mutandine con una disinvoltura che non mi aspettavo, e le lancia verso la roccia asciutta.
Rimane ancora qualche istante nell’acqua bassa, quasi compiaciuta dalle carezze che i miei occhi porgono al suo corpo ed alla sua fichetta dal pelo ben curato.
Anche lei è completamente abbronzata, senza alcun segno del costume: ha fianchi pronunciati ben evidenziati dalla vita stretta.
Dopo il primo tuffo esce immediatamente dall’acqua, d’istinto, come reazione al tuffo gelido: così facendo porge al mio sguardo le rotondità delle sue natiche, generose senza eccessi.
È una quarantenne che porta con gran disinvoltura il proprio corpo ben tenuto, pare addirittura divertita nell’offrire la propria nudità al mio sguardo, che in fondo è solamente quello di uno sconosciuto che la guarda nemmeno troppo di soppiatto.
Dopo aver preso confidenza con la temperatura dell’acqua si avvicinano alla seconda gorga, quella più nascosta dalla roccia, dove io sto giocando con l’acqua della cascatella.
Qualche chiacchera di convenevoli … da dove vieni … da dove venite … dove abitate … lei sembra più loquace, sono seduti in un punto in cui la roccia è resa liscia dall’acqua e gli arriva a mezzo busto.
Lei parla mentre è seduta sopra di lui, che la accarezza sotto il pelo dell’acqua.
Faccio un po’ di ironia sul loro “evidente” segno del costume, loro mi spiegano sorridendo che sono soliti prendere il sole nudi in una spiaggia toscana.
La gorga è piuttosto buia perché quasi totalmente avvolta dalla roccia, ma ciò rende le sue acque piuttosto trasparenti allo sguardo perché totalmente prive di riflesso di luce in superficie.
Riesco quindi a notare le mani di lui che indugiano sull’intimità di lei, carezze che si fanno sempre più audaci e sempre più mal celate.
Ormai le loro intenzioni sono chiare: sono diventato il loro giocattolino da esibizionismo, si tratta solo di capire fino a che punto sono disposti a spingersi.
Lei oramai mi parla con un filo di voce, vedo le sue gambe sottacqua totalmente divaricate, a pochi metri da me, mentre lui la abbraccia da dietro afferrandole energicamente un seno con una mano e continuando a masturbarla con l’altra.
Mi propongo ironicamente a lui per un aiuto, la risposta mi arriva da lei, che mi incoraggia con un sorriso.
Mi avvicino, appena a distanza vengo catturato dalle sue gambe, che mi avvinghiano.
La mia mano si precipita sott’acqua a cercare il suo sesso, messo oramai a sua disposizione, nel mentre lei mi prende l’uccello, già sveglio da un po’, e comincia a rimenarlo ben bene.
Da vicino ho modo di vedere che la sua attività subacquea è impegnata su due fronti: sta infatti segando contemporaneamente sia me, sia lui.
Mentre le lavoro ingordamente la passera, sento la mano di lui che le vìola il culetto.
Si avvicina alla mia bocca porgendomi la lingua, accolgo il regalo succhiandolo avidamente, il tutto senza che le nostre reciproche attività manuali si interrompano.
Andiamo avanti così per qualche minuto, poi lei dichiara l’orgasmo, le nostre mani operaie si sfiorano nella foga di quell’attività così intensa. I suoi gemiti si perdono nel rimbombante fragore della cascata.
Lui si alza e mi dice di sedermi su di una roccia semi-affiorante, mentre invita lei ad incurvarsi e prendere il suo uccello a pecora.
Seduto in quella posizione posso offrire agevolmente il cazzo alla sua bocca, che vi si fionda senza remore.
Mentre lui la sbatte a pecora, io le scopo la bocca a colpi di minchia, godendomi lo spettacolo da posizione sopraelevata, semi-steso.
Ci chiede di sborrarle dentro, vedo lui che intensifica i colpi, aggiustando la presa sui suoi fianchi.
Lo stesso crescendo viene applicato da lei nello spompinarmi: rapidi colpi di mano intervallati da boccate profonde.
L’orgasmo arriva per entrambi quasi contemporaneamente: mentre lui la finisce con una veloce raffica di colpi, io le afferro la nuca e le fiotto il mio piacere succoso in gola. Lei non spreca nemmeno una goccia.
Poi non rimane che l’eco dell’acqua nella grotta.
Ci vestiamo rapidamente, risaliamo il sentiero e saliamo sulle nostre rispettive motociclette, con direzione opposta

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