Leccarla in camporella

Ci fermiamo dinanzi una villa.
Mano nella mano percorriamo il sentiero principale. Io dettavo passo e direzione.
Lei, svogliatamente, mi seguiva.
Guardando prato, foglie e rami ai nostri fianchi disse “Sarebbe bello avere un giardino così grande”.
Non replicai, per cui mi diede uno strattone deciso sul braccio.
Socchiuse gli occhi e sporse le labbra.
La conoscevo, non avrebbe mosso un altro piede finchè non avrei poggiato le mie labbra sulle sue.
Smack. Morbido, rapido senza scambio di fluidi.
Riprendemmo l’escursione di quel luogo desolato.
In lontananza scorsi un anziana col cane al guinzaglio. Sembrava cincischiare.
Mancava qualche minuto all’apertura pomeridiana dei negozi; mi convinsi che sarebbe andata via in poco tempo.
Giungemmo innanzi ad una maestosa edificazione, una struttura remota.
Per alcuni versi ricordava una chiesa, le pareti in marmo bianco, il monumentale portone d’ingresso.
Abbracciai Tiziana. Immaginavo come sarebbe stata idealemente la nostra vita lì.
Un cane che scorrazza sull’enorme giardino, piante di fichi d’india, uva e mandorle, una enorme targhetta che recitava i nostri cognomi era posta sul monumentale portone.
“Ti piace qui?” le chiesi, riprendendomi dalla mia visione.
Ancora abbracciata, scostò la testa dal mio petto “Oggi abbiamo girato per parchi più verdi, fontane ornamentali, ristoranti spaziosissimi. Non è un posto che ricorderò, questo.”
Affermazione più fallace non poteva proferire.
L’anziana col cane a seguito percorreva il viale floreale in senso inverso. Portava le sue fottute chiappe lontano da noi.
Era il momento di mettere in moto la mia mente perversa.
Con Tiziana al mio fianco mi incamminai verso una parte di giardino nascosta.
Piante rampicanti si facevano breccia su un enorme albero, superato il quale saremmo stati al riparo da sguardi indiscreti.
Solo una persona dalla vista aguzza, e che concentrava lo sguardo verso di noi avrebbe potuto scorgerci.
Favoloso.
Spedito, mi avvicinai al lobo del suo orecchio, lo morsicai con le labbra.
Sapevo che la mandava in estasi.
“Amore che fai?” accennò lei imbarazzata.
Cotinuai ancora un pò, spostandomi verso il collo. Lei mi lasciò fare.
Si lasciò andare anche ad un lungo bacio con trasporto.
La mia lingua e la sua che giocavano affiancandosi.
La mia testa viaggiò verso quell’atto che nè io nè lei avevamo fatto mai:
non avevo mai preso in bocca le sue labbra, mai scavato con la lingua dentro il suo fiore.
“Ti desidero” le sussurrai.
Mi guardò come fossi un folle “qui? All’aria aperta?”.
“Ascoltami” le dissi serio, “ti abbasso i pantaloni e le mutande. Mi tolgo la felpa. Poi mi abbasso e tu leghi la felpa tra la mia testa e il tuo bacino in modo che dall’esterno possano vedere solo la felpa e basta.”
Non aveva capito, glielo leggevo in faccia. Probabilmente non aveva idea nemmeno di cosa le stessi proponendo di ricevere.
Mi abbassai e le slacciai i pantaloni, avevo gli occhi pieni di voglia. Ogni centimetro di gamba che le riuscivo a scoprire era un centimetro di mia erezione in più.
Tolsi prima la mia felpa, la aiutai facendola girare attorno alla mia testa e poi la legai attorno al suo sedere.
E finalmente le sfilai le mutande. Ebbe un tremito di freddo o eccitazione tra le gambe.
Venne il momento in cui iniziai a baciare tutto ciò che fino a poco prima era coperto dal suo intimo. Insomma arrivò il momento di sentire anche il gusto, quindi tirai fuori la lingua e leccai avidamente la pelle delle sue grandi labbra.
Era un pò umida di umori. La zozzina di Tiziana già si era emozionata.
Mi aiutai con le mani aprendo bene un varco per vedere cosa celava quella protezione di carne.
E vidi bene, in primo piano per la prima volta dal vivo il tessuto dal colore più acceso.
Assaporai piano un pò tutto, un lungo tratto di lingua che partì dal suo clitoride e arrivò all’interno della vagina. La vagina era così piena di umori, un odore davvero forte e per arrivare in profondità dovetti poggiare il naso in mezzo alle grandi labbra.
Lei gradì tutto. Ne ero sicuro perchè quando una cosa non la gradiva in genere me ne negava il permesso.
Solo che il sapore dentro la sua vagina e quell’abbondanza di umori non riuscì a piacermi immediatamente, allora mi concentrai sul clitoride. Lì diedi il mio massimo.
Succhiai e leccai quell’escrescenza mandando in fervore la donna.
Ad un certo punto non si controllò più, era una di quelle ragazze che non hanno mezze misure. Le cose te le dicono direttamente.
“Sto impazzendo di piacere ma voglio che mi penetri,amore usa anche le mani”.
E così feci, sopra la mia lingua e le mie labbra si concentravano su quell’organo che dava verso l’esterno e sotto con due dita affondavo ripetutamente dei corpi all’interno della sua caverna piena zeppa di umori.
Mise pochissimo a venire, presi un fazzoletto asciugai viso e dita le risolevvai le mutande, i pantaloni e le chiesi:
“Quindi…non è un posto che ricorderai, questo?”
Il suo visino in estasi era la mia risposta..

[Voti: 0    Media Voto: 0/5]

Ora sei Offline, Navigazione Limitata

error: Content is protected !!