Una porcata in treno

In agosto viaggiare in treno è un vero inferno: entro in uno scompartimento a sei posti e solo il mio è libero. Ci sono due signore di una certa età, un ragazzo sulla trentina ed una giovane mamma con a fianco il suo piccoletto di cinque o sei anni. La giovane mamma mi sta seduta di fronte e non posso fare a meno di guardarla: infradito nere ornate con piccole pietruzze, piedi ben curati con le unghia colorate in nero, gambe lisce e vellutate, vestitino nero con la gonnellina lunga fino alle ginocchia, capelli castani che scendono fin sulle spalle, viso dolce, occhi chiari, labbra carnose ma non esibite, sguardo basso quasi pieno di vergogna e pudore. Se l’avessi incontrata per strada non l’avrei notata. Non era appariscente, anzi molto modesta, quasi pudica. Inizio a stuzzicarla: la guardo fissa meglio occhi, lei abbassa lo sguardo per poi guardarmi di nascosto per vedere se i miei occhi sono ancora fissi su di lei. Dura un bel po’ questo gioco, lei arrossisce. Il bambino gioca con un giocattolo accanto a lei ignaro di tutto. Si fa più forte il gioco di sguardi; lei inizia a fissare la mia erezione che inesorabile era sopraggiunta. Fingo di stiracchiarmi, scivolo sul sedile, apro le gambe, la mia erezione cresce e lei se ne accorge. Adesso lei ha le gambe accavallate e la gonna si è un po’ alzata, finge di sistemarla, ma in realtà fa in modo che io riesca a vedere tra le pieghe fin al suo interno coscia. Nemmeno le altre signore si accorgono di nulla, sonnecchiano, leggono, guardano il paesaggio che scorre veloce. Nessuno sembra essersi accorto del gioco che c’era in atto tra me e lei, del nostro respiro sempre più affannoso, del nostro rossore in viso, delle sue labbra diventate più rosse e turgide. Nessuno ha fatto caso al fatto che fingendo di sentire caldo lei si è aperta un altro bottone del vestitino e che adesso si intravede il suo piccolo e sodo seno per la gioia dei miei sensi. Nessuno ha fatto caso al fatto che io scivolando sempre più ho finito per avere tra le mie gambe, poco sotto il mio pacco sempre più duro, il suo piede. Fa finta di sgranchirsi per via del fatto che è rimasta seduta da un po’ di tempo e inizia a muoversi. Me lo sfiora, lo accarezza, preme sul mio cazzo indurito ed io vado in estasi. Ecco che però al bambino qualcosa va storto, chiama la madre, lei è troppo concentrata su di me e non gli da retta. Il piccolo insiste, lei si ricompone, si alza e si mette in piedi davanti a me muovendomi sotto gli occhi il suo culetto che solo adesso riesco ad ammirare. Fa finta di prendere un altro giocattolo dallo zaino che ha poggiato sul portapacchi sulla sua testa e si dimena: con naturalezza fa avanti e indietro in una posizione quasi a pecora, si contorce, si abbassa, facendo sfiorare il suo sederino sul mio naso. Trova il giocattolo, lo dà scocciata al bambino. Era colpevole d’aver interrotto un momento magico. Il suo viso è rosso, le sue labbra turgide, la sua espressione era un misto di imbarazzo, goduria, paura, passione, vergogna e spudoratezza; il suo casto vestitino iniziava a starle stretto. Questi contrasti mi facevano impazzire. Anche io mi ricompongo, adesso gli altri passeggeri stavano guardando. Il giocattolo aveva attirato la loro attenzione. Io però sapevo che presto si sarebbero distratte ancora e in quel momento avremmo ricominciato. Ed il nostro gioco segreto ricominciò subito: questa volta non si era seduta con le gambe accavallate, ma le teneva una affianco all’altra un po’ allargate: vedevo le sue mutandine bianche, il colore della purezza, un po’ scurite dalla profusione dei suoi umori. Si mordicchiava le labbra che prima aveva ben inumidito con la lingua agnata di saliva, teneva le mani sulle ginocchia nella parte interna, aveva alzato un po’ la gonna, faceva finta di avere caldo per giocare ad aprire e chiudere le gambe. Io le stavo di fronte e il mio sguardo adesso era fisso sulla sua patatina bagnata che mi si presentava davanti grazie a questa movenza in apparenza naturale e casta, quella di una donna che col bambino va al mare e che è un po’ accaldata per via della calura estiva, ma in realtà vogliosa e lussuriosa di una donna che ha voglia di scopare. La mia erezione adesso si conteneva a stento, anche io apro le gambe e faccio scivolare le mie mani attorno al mio pisello che adesso pulsava in maniera quasi incontenibile, quasi a voler sottolineare la mia voglia di sesso. Continua il gioco erotico degli sguardi, io fisso intensamente la sua patatina gustosa, lei fissa il mio pacco sempre più grande. Ogni tanto i nostri sguardi si incrociano, io fisso lei negli occhi e lei fissa me. Questo dura un secondo, subito lei abbassa lo sguardo con pudore, ma poi si ricomincia da capo. Io voglio di più e anche lei, è evidente: il suo rossore la sua smania sul seggiolino, le sue labbra sempre più rosse e pulsanti, a stento i suoi capezzoli dritti e duri riescono a restare nascosti sotto il vestitino, i suoi umori che le bagnano le mutandine di cui solo io riesco a godere della loro vista, le dita dei piedi che si muovono nervosamente. Lei si contorce, ha voglia, vuole essere scopata. Capisco che è giunto il momento buono, così mi alzo e faccio finta di andare al bagno. Avevo già immaginato tutto: avrei assaporato quelle timide labbra, le avrei aperto quel suo vestitino nero, le avrei sfilato le mutandine pregne di umore e il reggiseno. Le avrei succhiato i suoi capezzoli duri, avrei bevuto dei suoi umori, le avrei leccato tutta la patatina, avrei giocato con la sua clitoride con la lingua fino a farla scoppiare in un fragoroso orgasmo, avrei palpato quel suo culetto che poco prima mia aveva messo sotto gli occhi, l’avrei presa così, in piedi nel bagno del treno, da dietro. Mentre penso ciò, guardo indietro aspettando che mi raggiunga, io mi fermo per aspettarla, lei si muove lentamente, mi guarda fisso, poi ha paura e distoglie lo sguardo. Eccola, è a pochi centimetri da me: finalmente il suo desidero di sesso e di passione sarà colmato, finalmente il mio cazzo duro la penetrerà, le mie mani potranno gustare ogni parte del suo corpo, la mia lingua potrà assaggiare suoi umori. Adesso è lì, immobile davanti a me, non la conosco, non so nemmeno come si chiama, so però che lei vuole me e che io ho voglia di lei. La voce stridula di un altoparlante proprio in quel momento annuncia la stazione in cui stiamo per arrivare: è la sua. Mi guarda, non sa che fare. Buttarsi a capofitto nella passione dimenticando quel piccolino che l’aspettava in cabina e poi tornare e inventare una scusa per giustificare il fatto di aver sbagliato stazione oppure tornare indietro in scendere. Io la guardo, ho una voglia sfrenata di fare sesso con lei, ma in lei prevale la brava mamma. Scappa via, torna indietro. Prende per mano in bambino, racimola di corsa i giocattoli spersi sul sedile e li mette dentro lo zaino e va verso la porta: siamo arrivati in stazione. Il bambino la guarda e chiede se fossero arrivati, lei in quel momento si sveglia dal sogno

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