A e V

Nella capitale Francese, Vann, era stata molto impegnata, prima con lo studio, poi con la galleria d’arte, che aveva messo su in società con suo padre ed io. Quando, a sessantasette anni Rocco era stato operato alla prostata, avevamo dato addio alla sua sessualità, lui si era gettato a capofitto nel lavoro ed io ero andata per un periodo di riposo a Parigi, dove Vanny, quasi quarantenne conviveva con la sua compagna, Francine. Quest’ultima, perennemente su di giri per la coca che consumava in quantità industriali, fu arrestata e condannata per direttissima a sei anni di reclusione, proprio mentre mi trovavo lì, perché trovata a drogarsi, con la roba che aveva procurato lei, con dei minorenni. Mi ero data da fare per lenire le pene di Vanny e l’avevo convinta a mettere fine a quella storia. Avevamo ceduto l’attività e c’eravamo presi un periodo da trascorrere nella villa sui colli Albani, pressoché disabitata, poiché Rocco era sempre all’estero.
Vanny ed io scegliemmo d’occupare la dependance, un tempo abitazione dei coniugi che ci avevano servito, che aveva la cucina, il salotto e il gabinetto a piano terra e due camere al primo. Per lo stesso motivo che non abitavamo in villa, per non doverci affannare per tenerla in ordine, usavamo un’unica camera matrimoniale, per evitare di riordinarne due. C’eravamo scoperte di colpo pigrissime, usavamo un numero di stoviglie limitato, sottopiatti di plastica e tovaglioli di carta. Il vaso, che usavamo per non dover scendere da basso durante la notte, era motivo d’allegria, quando scendevamo le scale, ognuna con il proprio orinale, per andarli a svuotare.
Per il mio quarantacinquesimo compleanno, Vanny mi aveva regalato un baby doll bianco e ne aveva comprato uno nero, identico per lei. Eravamo in vena di mattane, quindi li indossammo con calze autoreggenti a rete e scarpe con i tacchi alti e così abbigliate, cenammo con lo champagne, poi ci trasferimmo in salotto. Stavamo sul divano, cingendoci vicendevolmente le spalle nude, a bere del cognac incrociando ridendo, le braccia ogni volta che portavamo il panciuto bicchiere alla bocca. Avevamo già brindato tre volte, così quando Vanny mise una musicassetta soft, mi tese le mani e mi trovai fra le sue braccia, eravamo decisamente brille.
Ondeggiavamo quasi senza muovere i piedi, lei mi allacciò la nuca con le dita incrociate, io le cinsi la vita, poi accostò la guancia alla mia, sentii il suo alito caldo sul collo ed ebbi i brividi. Mi strinsi a lei. Nessuna di noi due poteva definirsi una gnocca, anzi entrambe avevamo qualche chilo di troppo, tuttavia, in quel momento ci sentivamo entrambe delle strafighe, e su di giri com’eravamo, cominciammo a pomiciare, o per meglio
dire fu lei a iniziare. Sentii la sua lingua che mi lambiva la parte tenera del collo, per poi intrufolarsi nell’orecchio e inevitabilmente, la mia fica rispose presente, bagnandomi le cosce. Vanny se ne accorse e mi catturò la bocca con la sua. Cominciammo a duellare con le lingue, mentre i rivoli vischiosi mi erano arrivati alle ginocchia.
Mi condusse verso la scala:
«Cosa mi vuoi fare Vanny?» Farfugliai.
«Una cosa talmente bella che neppure lo immagini». Mi rispose intanto che mi trainava sugli scalini. Deambulavo precariamente sorretta da lei e fui fortunata a sdraiarmi sul letto, in tempo per vedere il soffitto vorticare sopra di me.
Il resto è un ricordo psichedelico, fatto d’improvvisi bagliori che squarciano le zone buie della mia mente. Vanny che si toglieva la corta camiciola trasparente e la sfilava anche a me, la sua bocca calda sui seni e le mie mani sui suoi. Lei che scivolava a ritroso sul mio corpo e mi levava le mutandine. Ancora lei troneggiante su di me, intenta a succhiarle nella parte che aveva aderito al mio sesso. Se l’era tolte, pure lei e il suo corpo che mi gravava sopra caldo, mentre la sua fica strofinava la mia, le nostre tette aderivano ed io con la cocciutaggine tipica degli ubriachi, pretendevo di far combaciare i quattro capezzoli. La premonizione di un orgasmo che paventavo fiacco, avendo i sensi ottenebrati, e che invece si era rivelato sublime, come intenso era stato quello successivo che mi aveva procurato leccandomi la fica, con un metodo completamente diverso da quell’adottato da Rocco. Ricordo poi d’essermi svegliata all’alba sollecitata dal piacere, che mi procurava Vanny, facendomi un ditalino, intanto che mi succhiava un capezzolo.
Mi vergognavo per quello che era successo e per quanto stava accadendo, tuttavia, vigliaccamente, la lasciai fare e pur godendo un sacco, mascherai il piacere. Dopo l’orgasmo, le voltai le spalle e lei fece altrettanto.
Ricominciammo l’andazzo che avevamo intrapreso, io avrei desiderato rifare l’amore con lei, tuttavia mi sembrava che cedendo a quella tentazione, avrei tradito Rocco, allora mi masturbavo di nascosto da Vanny, perché il mio corpo s’era risvegliato e ne sentivo la necessità.
Una sera, mentre stavamo leggendo a letto, Vanny, che si coricava sempre nuda, si alzò e si chinò per prendere il vaso, piegandosi in modo da offrire al mio sguardo la visione del suo solco fra le chiappe, poi si girò e divaricò di proposito le gambe, facendo apparire le labbra carnose della fica, calamitando con quell’erotica esibizione la mia attenzione. Si voltò e mi sorprese ansante, intenta a leccarmi le labbra, allora sorrise. Proseguì e mentre con una mano reggeva l’orinale, si passò il medio dell’altra lungo tutto il taglio della vagina e con gli umori che aveva raccolto col polpastrello, si spalmò un capezzolo, poi lo sollevò portandoselo all’altezza della bocca e se lo slinguettò, intanto che mi guardava di sottecchi. Non so che espressione lesse sul mio viso, giacché mi sorrise con intenzione e ripeté l’identica operazione con l’altro seno. Si stava ancora leccando il capezzolo, quando allargò le gambe, tese il braccio per portare il pitale alla massima distanza dalla fica e cominciò a pisciare spingendo con la pancia per fare schizzare il getto, che colpì con forza il fondo smaltato, emettendo un suono metallico a dimostrazione della forza che aveva impresso allo zampillo. Poi si asciugò il sesso con le dita e le leccò. Quando si coricò al mio fianco evitando di ricoprirsi col lenzuolo, mi girai verso di lei puntellandomi sul gomito e appoggiando la guancia al palmo della mano, sorrisi ironicamente. Vanny mi guardò mestamente e iniziò a masturbarsi, passandosi prima il dito sul buco del culo, per poi risalire all’interno delle grandi e piccole labbra, soffermarsi sul clitoride che iniziò a strusciarsi, intanto che si spingeva un seno alla bocca, afferrava un capezzolo con gli incisivi, poi toglieva la mano e reggeva il peso della tetta con i denti, facendo una smorfia, per il dolore che si stava procurando.
Di colpo inarcò le reni, accelerò il movimento del dito, mi artigliò una coscia, coperta dalla camicia da notte e sputò il capezzolo per mugolare il suo piacere:
«Godo Alda!» Com’è bello, penso al gusto della tua fica che mi piacerebbe tanto leccare ancora, ma tu non vuoi, perché mi vuoi fare soffrire. Eppure l’altra sera hai goduto con me».
Mi sentivo inzuppata, tuttavia per un’assurda testardaggine, le voltai la schiena e spensi la luce. La sentii singhiozzare. Attesi che s’addormentasse, poi mi masturbai.
Non so perché portassi avanti quel gioco perverso. Se davvero non volevo subire le attenzioni di Vanny, potevo benissimo andare a dormire in un’altra camera e invece rimanevo nello stesso letto, agognando le sue carezze; fremendo ogni volta che la sentivo muovere, sperando che almeno mi sfiorasse, pronta a buttare via le inibizioni e gettarmi fra le sue braccia.
Probabilmente l’amor proprio non le permetteva d’umiliarsi oltre; l’aveva già fatto una volta sotto le sferzate dell’orgasmo, ma essendo una donna intelligente sapeva auto controllarsi.
L’occasione per togliersi entrambe dalla pania nella quale c’eravamo invischiate, capitò una notte che un nubifragio, si scatenò sul colle. Cateratte d’acqua e tuoni e folgori da giudizio universale, mi svegliarono nel cuore della notte, corsi a chiudere la finestra e ritornai tentoni a letto, perché nel frattempo era mancata la corrente e la stanza s’illuminava soltanto al balenare dei lampi. Fu appunto al bagliore d’una saetta che Vanny terrorizzata si avvinghiò al mio collo; allora le accarezzai i capelli con fare suadente.
Il temporale si stava avvicinando, la stanza ora s’illuminava di frequente, i boati si susseguivano rapidamente, a ogni schiocco Vanny, tremante, si rintanava sempre più sotto le coperte. Prima affondò la faccia nel mio petto, coperto dalla camicia da notte, poi la strusciò sulla pancia, tenendomi abbrancate le reni. Ora l’infuriare dell’acquazzone era proprio sopra di noi, i fulmini sembravano voler entrare attraverso le pareti e il viso di Vanny mi si era alloggiato fra le cosce, alla congiunzione con l’inguine. Le divaricai leggermente. Il maltempo si stava allontanando ed io cominciai a tirare un po’ la camicia, tuttavia lei era ancora in preda della paura, però sentendo i fragori ormai in lontananza, cominciò a rilassarsi e provò a venir fuori da sotto le coperte. Non glielo permisi, le bloccai la sommità del capo con il palmo d’una mano, mentre con l’altra davo uno strattone all’indumento. Di colpo si trovò con il volto affondato nella mia fica bagnata, tuttavia rimaneva immobile. Sentivo il calore del suo fiato sul mio sesso esasperato, allora l’abbrancai per i capelli e presi a strofinarle furiosamente la faccia sulla mia vagina:
«Volevi leccarla brutta troia! Eccola, puoi succhiarla fin che vuoi. Però bada bene di farmi godere come si deve, perché io sono un’amante esigente. Non l’ho mai tradito Rocco, l’ho fatto soltanto con te, che sei una lurida maiala, perché ero ubriaca e tu mi ne hai approfittato. Adesso voglio che mi fai sborrare come non mi è mai successo, e vedi bene di riuscirci, perché ancora non sai di che cosa sono capace». Le ordinai con fare imperioso. Vanny cominciò a lapparmi il clitoride ed io lasciai la presa sui suoi capelli, tolsi il lenzuolo che ci copriva e lei s’inginocchiò in mezzo alle mie gambe per avere agio di leccarmi comodamente, intanto che io armeggiavo fino a togliermi la camicia e quando inarcai il bacino, con un’abile giravolta, si dispose con l’inguine sopra la mia faccia. Non avevo mai assaporato gli umori d’una vulva che non fosse la mia e i suoi effluvi, m’inebriarono, allora cominciai a leccargliela, seguendo gli stessi movimenti che la sua lingua faceva sulla mia fica.
Si fermò un attimo per dirmi:
«Desidero tanto una padrona esigente che mi castighi sadicamente, come faceva Francine; ti prego inventati qualsiasi scusa per punirmi. Dimmi, come faceva lei, che sono una puttana buona a nulla, che non so soddisfarti, anche se non è vero, perché sento che ti faccio godere tanto.» Poi si rituffò con la lingua nella mia fessura che ormai le inondava la faccia.
Io impazzivo dal piacere e andai a cercarle il buco del culo per divorarglielo voracemente e lo stesso fece lei, continuando a masturbarmi con il mento. Godemmo una, due, tre, mille volte; il temporale era passato, il sole spuntava, illuminando i nostri corpi aggrovigliati e intanto che avevo l’ennesimo orgasmo, provavo a inventarmi un modo per castigare Vanny.

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