Immaginando una puttana

La sera che andavo in piscina mi piaceva sempre prendere l’autobus, la strada che utilizzavo per arrivare alla fermata era frequentata dalle prostitute ed a me piaceva starmene lì a guardarle mentre seduta sulla panchina aspettavo l’autobus che mi avrebbe portata a casa; quella sera vidi che una delle ragazze aveva un qualcosa di particolare, chiaramente non era come le altre, ci metteva molta verve in quello che faceva, non aveva l’apatia delle altre ragazze e quindi mi soffermai di più a guardarla. Il vestito non lasciava ombra di dubbio sul motivo per cui passeggiava in quella strada, ma lanciava messaggi di sensualità che le altre non avevano, mi ero distratta a guardarla. Vestiva con stivali al ginocchio bianchi, tacco alto, minigonna rossa molto corta, a fascia, e sopra un top pure a fascia anch’esso rosso, un giacchetto di nappa probabilmente, pure bianco chiudeva il tutto, ma sì, l’immancabile borsetta, bianca. Tutto sommato una serie di accostamenti azzeccati. La massa di capelli neri incorniciava un viso truccato in cui le labbra disegnate a matita e rossetto calamitavano l’attenzione, rosse come una figa e immagino altrettanto calde. Dio Luciana che fai ti ecciti? Mi ero così fissata a guardarla che non mi ero nemmeno accorta di essere diventata nervosa, di muovere le mie gambe sulla panchina accavallandole spesso, io la guardavo passeggiare ancheggiando sullo stretto marciapiede e mi liquefacevo. Già due o tre auto erano passate, fermate e ripartite, lei ci era stata un po’, si era anche fatta palpeggiare un poco, avevo notato in quell’occasione che non portava intimo, una scossa mi aveva pervaso il mio essere, mi immedesimavo in lei e mi stavo eccitando da matti, volevo masturbarmi ma certo non potevo farlo in mezzo alla strada ad una fermata dell’autobus. Passò un’altra automobile, lei parlò col tipo al volante, un uomo di mezza età, si accordarono e partirono, io ci rimasi male, guardai l’orologio, l’autobus sarebbe passato di lì a venti minuti, ero sicura che non l’avrei rivista. Dopo dieci minuti ecco l’auto che ritorna, è dalla mia parte del marciapiede, la fa scendere poco oltre la mia fermata, io la vedo bene ora, scende dall’auto, la minigonna è tutta rovesciata in alto, segno che il tipo si è dato da fare fino all’ultimo, le vedo il culo, le gambe lunghe e mi eccito a guardare. Mi scopro a toccarmi il seno da sopra la stoffa della mia tuta, mi guardo i capezzoli gonfi il mio ansimare si fa forte, mi dedico un istante a me stessa, poi alzo la testa e la vedo di nuovo al suo posto. Ora però mi guarda, ha un’aria di sfida con la tracolla della borsetta in mano, l’altra appoggiata su un fianco mi osserva diritta negli occhi, io mi sto vergognando, però le sorrido. Mi tocco infine, mentre lei mi guardanda, qualcosa dentro di me fa nascere una sensazione di sfida, allargo le mie gambe, poco, mi accarezzo in un movimento delle mie mani i seni, lei mi guarda sorride sardonica e si gira allontanandosi sculettando, ma non è finita lì, prima di allontanarsi dalla strada si gira per un istante e mi guarda di nuovo, un solo sguardo furtivo. E’ fatta penso. Allora mi sciolgo, mi passo una mano sulla figa, allargo i pantaloni della tuta e infilo la mia mano a sentire la mia eccitazione, entro dentro l’elastico dello slip e mi accarezzo dando sfogo alla mia libidine repressa, era ora, non ho più freni, non penso, mi lascio andare. Una mano accarezza il mio clitoride, l’altra ha slacciato la giacca della tuta e gioca col seno ora nudo. La guardo e godo, lei non fa caso a me ora, non passano auto, so che tra poco arriverà il mio autobus, so che devo sbrigarmi, ma chi se ne frega penso, io voglio godere. Lei ora mi guarda, sorride, si gira, raccoglie qualcosa di immaginario in terra mostrandomi il suo culo nudo, io mi infilo un dito dentro la figa fradicia guardandolo e immaginando di leccarne il buchino e sentire l’afrore del maschio che poco fa deve avere violato le sue intimità, o forse no, forse avrà ancora il suo afrore, non lo so, non capisco nulla. Lei ora è di fronte a me ma dall’altra parte della strada, sta sorridendo, non ride, non chiama le altre per ridere di me, non inveisce contro di me, sorride, lei è diversa, forse è come me, è solo una donna che sta appagando una sua voglia, come ora sto facendo io, le sorrido e in quell’istante convulso godo contorcendo il mio bacino e mugolando di piacere. Il mio autobus è a duecento metri di distanza, in fretta mi ricompongo, tra le gambe sono liquida, spero che il salvaslip mi salvi da penose figuracce, non posso perdere quest’autobus o non ce ne saranno altri. Mi alzo, prendo la borsa con la mia roba, la guardo un’altra volta, le mando un bacio con le labbra al quale lei risponde con il classico gesto per mandarmi a quel paese. Sono sull’autobus, mi avvicino al finestrino e la guardo, lei mi sorride e poi mi mostra il dito medio, io le mostro il mio e poi lo metto in bocca succhiandomelo voluttuosamente, lei ride e io sento il mio sapore

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