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Triangolo

In vacanza con gli Zii

Marina era una ragazza di provincia, come ce ne sono tante altre. Né più né meno di tante altre ragazze di vent’anni, un po’ sventatelle, senza tanti pensieri per la testa e preoccupazioni per il domani. Le bastava che i genitori non le rompessero tanto le scatole con rampogne sempre uguali e sempre insopportabili a sentirsi, e che la lasciassero libera il fine settimana di divertirsi come meglio le pareva.

L’intelligenza non era il suo forte, lo ammettiamo, ma una intelligenza pratica ce l’aveva, e anche ben sviluppata, e le aveva permesso di conquistarsi un ambito posto di segretaria in una azienda che vendeva termoconvettori. A vent’anni, era strano, non sapeva già cosa chiedere alla vita. L’idea di sposarsi non la sfiorava nemmeno, e se c’era stato un periodo – verso i sedici anni – in cui si era messa queste strane idee in testa, beh questo tempo era finito davvero da un pezzo.

Aveva avuto qualche breve storia, poco più che dei flirt, con ragazzi della sua età, ma non l’avevano granché entusiasmata, anzi erano stati forse il motivo principale del suo allontanamento dall’idea del matrimonio. Non le era rimasto nulla di queste avventure amorose, e salvo la perdita della verginità ne aveva ricavato ben poco.

L’estate ormai incombeva, erano gli ultimi giorni di lavoro per Marina, poi doveva partire con gli zii per il mare: aveva accettato riluttante l’invito dello zio Flavio e della zia Amelia a fare da balia ai loro due graziosi marmocchietti di sei e quattro anni. Ma, oltre alla possibilità di trascorrere due settimane al mare ad abbronzarsi e nuotare, gli zii le avevano promesso un congruo risarcimento per il disturbo che si sarebbe presa nell’aiutarli a tenere a bada i bambini. Aveva finito per accettare proprio per questo, perché le era stato detto che non sarebbe stata l’unica a doversi accollare la sorveglianza della prole, e poi perché una vacanza gratuita (e anzi remunerata) si sposava assai bene con la magrezza del suo portafogli, inguaribilmente piangente a causa degli svaghi e dei nuovi vestiti che Marina assai di rado si negava.

Il mercoledì successivo il suono del clacson l’avvertì che gli zii erano arrivati a prenderla. Marina uscì a pregarli di attenderla ancora un attimo, stava finendo di cacciare in valigia le ultime cose. Un ultima passata di rossetto, l’ultimo sguardo allo specchio, poi uscì di casa con una valigia per mano, richiudendosi la porta alle spalle. Era sola in casa, i suoi genitori erano partiti pure loro per le vacanze. Lo zio le si fece subito incontro. Era un uomo di quarantacinque anni, alto e muscoloso, coi capelli brizzolati e la barba sempre un po’ pungente. L’abbracciò stretta, sfiorandole le guance con due bacetti di saluto, e prendendole dalle mani le valigie si avviò verso l’automobile. Anche il resto della famiglia corse a salutarla. I due bambini, Francesco e Marco, che le volevano bene, le si avvinghiarono alle gambe e non finivano di farle festa. La zia Amelia li richiamò a una maggiore tranquillità e solo allora Marina potè salutare la zia. Il sorriso della zia Amelia era smagliante come al solito e le si stampò sul viso, non lontano dalle labbra, e questa vicinanza le provocò una strana scarica di adrenalina, che si propagò lungo tutto il corpo, facendole inturgidire i capezzoli.

Salirono tutti sull’auto, avviandosi verso le vacanze. Si sistemarono in fretta nell’appartamento prenotato nella vicina città balneare, e cominciarono a godersi da subito il sole e le onde del mare. I bambini non davano per ora problemi, avevano trovato dei coetanei con i quali passavano il tempo a giocare in tranquillità, per cui genitori e baby-sitter erano dispensati da doveri di stretta sorveglianza sulle loro occupazioni. Marina passava le sue giornate in spiaggia accanto agli zii, sfiorando di tanto in tanto i bambini con lo sguardo. Le chiacchierate che faceva con la zia l’avevano presto portata in confidenza con la parente, in una confidenza quale non aveva con lei avuta fino a quelle vacanze. La zia era una bella donna di quarant’anni, mora, con qualche chilo di troppo, e con un grande seno che non faceva niente per nascondere, indossando costumi stretti e succinti che ne mettevano in risalto l’abbondanza, in modo forse più evidente che se non vi fosse stato nessun costume. Marina parlava di tutto con la zia Amelia, discorsi di donne per lo più, che interessavano poco o nullo allo zio Flavio, il quale se ne stava sempre sdraiato ad abbronzarsi sul suo asciugamano, mentre divorava caterve di romanzi di scrittori americani moderni.

Un giorno la zia portò il discorso sul sesso. Già varie volte le loro chiacchiere avevano sfiorato l’argomento, ma sempre la cosa riguardava qualcun altro, in genere personaggi del bel mondo. Questa volta la zia era stata alquanto diretta, e le aveva chiesto senza mezzi termini se aveva avuto qualche esperienza. Marina, con qualche imbarazzo, le raccontò di quando aveva perso la verginità, confessando però che non aveva trovato in queste sue prime esperienze erotiche nulla di interessante o di particolarmente piacevole

“Stai scherzando, vero?” chiese la zia Amelia.

“No zia, dico sul serio”

“Non è piacevole il sesso!!? Allora significa che non l’hai mai fatto sul serio! Il sesso è la vita, bambina, io e tuo zio lo facciamo ogni giorno, e più volte al giorno. Sapessi che tortura, qui in vacanza, con i bambini in camera siamo limitati e dobbiamo farlo quando possiamo…”

Marina sorrise alle parole della zia. Non si aspettava certo da lei questo tipo di confidenze, nonostante l’intimità nella quale erano entrate dopo quei primi giorni di vacanze. Nei giorni successivi l’argomento ritornò nelle loro conversazioni più volte e nuovi particolari si aggiunsero alle rivelazioni che la zia Amelia le aveva fatto quella prima volta.

Marina si trovò così a scoprire che sua zia, anzi entrambi i suoi zii preferiti, erano dei veri porcellini in fatto di sesso. Dalla bocca di zia Amelia venne infatti a conoscenza di quali limiti di trasgressione la coppia avesse raggiunto: non c’era cosa che non avessero sperimentato, dal sesso anale a quello orale, dallo scambio di coppia a delle vere e proprie orge, nelle quali zia Amelia aveva avuto rapporti con tre uomini contemporaneamente. Si sgranarono gli occhi di Marina, quando la zia candidamente ammise di aver toccato il paradiso con la doppia penetrazione, e allo sguardo stupito della nipote che nemmeno sapeva di che cosa si trattasse, dovette soffermarsi in approfondite spiegazioni, narrando per filo e per segno alla giovane di come una donna riuscisse a infilarsi due cazzi contemporaneamente, uno nella vagina e l’altro nell’ano, e a provarci pure un piacere sublime.

Lo stupore per Marina fu totale quando venne a conoscenza che la sua zietta aveva avuto rapporti anche con altre donne, pur non dichiarandosi certo lesbica (e quello che le aveva raccontato in precedenza ne era una valida testimonianza). I particolari sconcertarono la giovane: sua zia Amelia aveva goduto delle mani e della lingua di una ragazza sua coetanea, durante uno scambio di coppia, e lei pure aveva dato piacere all’altra nella stessa maniera. Non solo: le due, lasciate sole dai rispettivi mariti, che si erano limitati a video-riprendere il rapporto, avevano fatto l’amore per un intero pomeriggio, con l’ausilio di vibratori di tutte le misure e senza negarsi nulla di quello che poteva essere fatto.

Questi racconti di zia Amelia non avevano mancato di solleticare Marina in quelle voglie alle quali lei aveva dichiarato alla parente di essere insensibile. Una notte si risvegliò da un sogno, nel quale avevano preso viva parte proprio i suoi due zii, e si ritrovò in uno stato di forte eccitazione, al punto che dovette masturbarsi. Lo fece sotto le coperte, infilando le dita sotto il leggero pigiama di cotone sotto alle mutandine, coprendosi con l’altra mano la bocca al momento dell’orgasmo, per soffocare i gemiti che involontariamente le uscivano dalla gola.

Pochi giorni dopo Marina e la zia Amelia si trovavano nell’appartamento da sole, indaffarate in cucina nella preparazione del pranzo, mentre il resto della famiglia era ancora in spiaggia.

La zia era allegra come sempre, indossava una canottiera colorata sulla quale pigiavano forte le sue grandi tette. Sembrava incerta se dovesse o meno dirle una certa cosa, aveva già un paio di volte iniziato il discorso, poi – la cosa non era sfuggita a Marina – aveva cambiato il corso della conversazione, in un modo che aveva lasciato la giovane confusa e perplessa.

Alla fine Amelia si decise e sbottò:

“Marina, io e lo zio abbiamo parlato… non pensare male di noi, noi ti vogliamo bene e non vogliamo che la tua felicità…”

“Beh?” interloquì Marina.

“Beh niente… ti andrebbe di fare sesso con noi… intendo con lo zio Flavio e con me… cioè quello che vuoi tu, se vuoi farlo solo con lo zio non c’è problema, ma comunque mi piacerebbe esserci. Abbiamo pensato a quello che mi hai detto sul sesso, non è giusto che una ragazza di vent’anni carina come te e con un fisico come il tuo, non abbia mai provato le delizie del sesso. Sapessi lo zio, da quando gli ho riferito le nostre conversazioni, non desidera altro, ha detto che per un culetto come il tuo farebbe qualsiasi cosa. Senti, domani i ragazzi se li vengono a prendere i nonni, i genitori di Flavio, e se vuoi…abbiamo campo libero tutto il giorno per i nostri giochetti, altrimenti io e tuo zio dovremo giocare da soli…”

Marina arrossì alle parole della zia, soprattutto l’accenno a quel che zio Flavio pensava di lei e del suo culetto la mise in imbarazzo. Non ebbe nemmeno la forza, né la voglia, di opporre un netto rifiuto alla proposta.

“Non so…” biascicò, e per la zia fu quasi una vittoria.

“Pensaci Marina… credi alla zia che ti vuole bene… lo zio è bravo, ti porterebbe in paradiso…”

“Sì, ma… siamo…cioè…siete miei zii…”

“Appunto, siamo tuoi zii. Per cui niente complicazioni sentimentali, solo sesso, e di quello giusto. Niente taboo, niente limiti per noi, di nessun genere. L’unico limite sono le tue voglie… quello che vuoi tu si fa, quello che non vuoi non si fa. D’accordo?”

L’ultima domanda venne fatta dalla zia Amelia con un largo sorriso sulle labbra. Marina, desiderosa di provare quella nuova esperienza, e tuttavia titubante ancora, fece un debole cenno di assenso con la testa, al quale la zia rispose con una risata a squarciagola.

“Non fare quella faccia Marina… Guarda che te l’ho già detto, mica vai all’inferno… ti portiamo in paradiso…”

Il giorno dopo un’anziana coppia  si presentò nell’appartamento estivo affittato dai coniugi Lorenzi e prelevarono Francesco e Marco, promettendo di riportarli il giorno dopo, alla stessa ora. Erano i nonni dei due ragazzini, e nonostante questi due non fossero troppo entusiasti all’idea di lasciare i loro genitori, si lasciarono convincere a partire, allettati soprattutto dall’idea delle giostre alle quali sarebbero stati portati quella sera stessa.

Flavio e Amelia si ritrovarono da soli nell’appartamento, con Marina. La giornata cominciò in modo pigro, i bambini non c’erano e questo sollevava tutti quanti loro da molte incombenze.

“Marinaaa…” gridò zia Amelia

“Sì”

“Che ne dici di quella cosa là. Ci hai pensato?”

“Sì, ci ho pensato. Va bene…”

“Cioè, ti va di fare l’amore con noi, con zio Flavio…e con me”

“Sì”

La zia sorrise, avvicinandosi alla nipote. Accostò il suo bel viso di quarantenne a quello della giovane e sfiorò con le labbra le sue. Poi le prese con entrambe le mani la nuca e la baciò di nuovo, in modo più deciso, forzandole con la lingua le labbra  e incontrando la lingua di Marina, che aveva chiuso gli occhi e si era lasciata andare.

“Vieni anche tu, Flavio…” sussurrò Amelia staccandosi dalla nipote.

Flavio si avvicinò a Marina e anch’egli la baciò. Le lingue saettarono fuori dalle bocche, e Amelia aggiunse la sua, accostandosi di lato, in una danza lubrica ed eccitante.

I due zii si occuparono della nipote. La canottiera che essa indossava venne sfilata via con una lentezza sapiente, da tortura. Marina non indossava reggiseno, le sue tettine non lo richiedevano affatto, anche se aveva dei bei capezzoli pronunciati, che erano inoltre molto sensibili alle carezze. Flavio e Amelia scivolarono magicamente ai suoi lati e si attaccarono con le loro bocche ai due bottoncini scuri di carne dai quali un giorno sarebbe sgorgato il latte. Le loro lingue erano delicate ed esperte e le loro mani che le palpavano i seni erano dolci e sensibili. La zia era bravissima con la lingua, se ne accorse presto Marina. La sua era una lingua appuntita e lunghissima, che la zia rendeva ancora più a punta tirandola completamente fuori dalla bocca e titillando, quasi come una campanella la punta dei capezzolo cui s’era attaccata. Lo zio invece puntava subito a qualcos’altro, e con la mano si era intrufolato sotto i pantaloncini e le mutandine di Marina, forzando la ragazza a disserrare quelle cosce che ella invece andava premendo l’una contro l’altra. Marina sentì la mano dello zio carezzarle il pelo della micina, e la sua voce chiederle di aprire le gambe. Le sue remore morali se ne stavano andando assieme al piacere che le arrivava con le scariche al suo basso ventre. Non fece resistenza ulteriore allo zio Flavio ed emise un gemito quando sentì il suo dito penetrarle per un buon tratto nella vagina già lubrificata dai suoi umori. La masturbazione durò poco. Flavio non voleva farla venire subito, non con le dita, almeno.

Smisero entrambi, lui e Amelia, di carezzarla e finirono invece di toglierle i pochi indumenti che ancora le rimanevano. Poi si rialzarono e presero entrambi a spogliarsi in modo calmo e studiato: Marina ebbe un moto di stupore quando le tettone della zia furono al vento, completamente nude. Poi la parente si tolse anche le mutandine, e apparve alla sua vista una micetta completamente depilata, con le grandi labbra molto pronunciate. Quella fica rasata era solo il coronamento di un corpo che sembrava, agli occhi di Marina, fatto apposta per dare piacere. La zia era di statura piuttosto bassa, le tette enormi con dei capezzoli grossi, il sedere grande ma non tanto grasso, le cosce grosse sulle quali si erano depositati i chili di troppo. La sua faccia sembrava fatta apposta per quel corpo: faccia rotondetta, occhi grandi e scuri, labbra carnose e pronunciate. Qualche smaliziato avrebbe potuto definirla una femmina da monta, e lei non se ne sarebbe risentita affatto, anzi…

Anche lo zio si era tolto tutto. Marina lo aveva già osservato spesso in spiaggia, quel corpo muscoloso e forte, che le dava sempre tanta sicurezza. Le mancava soltanto una parte da conoscere, ed era una parte certamente non piccola. Marina ebbe infatti un moto di grande stupore quando lo zio Flavio si abbassò i boxer che indossava e fece svettare al vento la sua durlindana: era un vero superdotato. Venticinque centimetri di carne pulsante, una cappella rossa ed enorme, che sicuramente conosceva bene le carezze di zia Amelia. La zia, infatti, si abbassò subito in ginocchio ai piedi dello zio. Afferrò il cazzo con la mano e lo accarezzò leggera e delicata, sentedoselo crescere e indurire ulteriormente in mano. Poi si piegò con la testa sul ventre dello zio e si riempì la bocca del suo uccello. Cominciò un pompino da urlo, Marina in disparte era allibita al vedere la golosità con la quale sua zia compiva quell’atto che lei mai aveva fatto a un ragazzo in vita sua. Andava su e giù con la testa in modo forsennato, poi si  levava l’uccello di bocca e con la lingua ne vellicava la punta, facendo uggilare lo zio dal piacere, ricacciandosi quindi il pene in bocca per quanto ne riusciva a infilarsi. A un certo punto zia Amelia si voltò dalla sua parte, con il cazzo ancora in bocca, e le fece cenno con la mano di avvicinarsi. Marina capì che le stava chiedendo di darle una mano nel pompino. Rimase per un attimo indecisa, non l’aveva mai fatto, non sapeva se le faceva schifo e se fosse stata capace di farlo in maniera soddisfacente per l’uomo. Amelia intervenne, a toglierla dall’imbarazzo:

“Dai Marina, ti piacerà…. vieni, ti insegno io…”

Marina si inginocchiò ai piedi dello zio. Amelia si tolse di nuovo il pene di bocca.

“Prendilo in mano”

Marina lo afferrò.

“Leccalo come faccio io!”

Le due donne intrecciarono le lingue sulla punta del cazzo di Flavio. Marina impugnava saldamente la verga dello zio, e la sentì contrarsi e spasimare. L’azione di lingua di zia e nipote aveva portato l’uomo a vette sublimi di piacere. Afferrò con le mani le nuche delle due donne e le carezzò con dolcezza, senza peraltro dettare il ritmo del rapporto orale. Marina sentì il cazzo contrarsi in modo più violento, e le sue labbra e quelle della zia furono tempestate dagli schizzi di sborra dello zio Flavio

“Non smettere…” le intimò la zia, che con la lingua continuava a solleticare il frenulo del marito gemente e ne riceveva sulle guance e le tette gli abbondanti schizzi. L’eiaculazione fu copiosa, Flavio si calmò pian piano, sempre cullato dalle carezze delle due gattine. La moglie si accaparrò gran parte della sborra, che ingoiò nella sua procace bocca, ma pretese che anche la nipotina assaggiasse per la prima volta il sapore dello sperma.

“Ti piace la sborra, Marina?” chiese la zia. “Se ti piace ne berrai tanta, a questo porco di zio piace sempre venire in bocca, hai visto non appena l’hai leccato tu, la sua nipotina, non si è più trattenuto. Te lo dico io, non gli pareva vero di sborrare sulle labbra e la lingua della sua adorata nipotina, della sua nipotina così innocente. E’ un vero porco, sai…”.

“Sì, sono un porco…” disse Flavio “…dai venite sul letto…”

Si spostarono nella camera da letto della coppia, Marina venne fatta stendere supina, ed entrambi gli zii, le si distesero di fianco, riprendendo il lavoro di baci e carezze sulle sue tettine. Poi lo zio si sollevò e venne a cercare la sua bocca. Le lingue si intrecciarono e danzarono fra loro nelle bocche, in un bacio lungo e lussurioso. Marina, nel baciare lo zio, aveva chiuso gli occhi, e un moto di meraviglia le sfuggì dalla gola sentendosi baciare sulla micetta. La zia si era portata con la testa in mezzo alle gambe che lei teneva dischiuse e la stava baciando propriò lì, forzando con le mani i petali rosa scuro delle sue grandi labbra, che si schiusero a ricevere la lingua di zia Amelia.

“Oddio, cosa fai…oohh” gridò Marina, sentendo la lingua della zia sul clitoride, e sentendo sciogliere dentro di sé ogni residua volontà di mettere freni di qualsiasi tipo all’intraprendenza della coppia.

“Stai calma Marina… lasciala fare… vedrai, è brava la zia… rilassati, goditi la lingua, concentrati sulle carezze che ricevi…” la incitava lo zio

“Sì, ma…aahh…oddio…”

La zia non la mollava, insisteva sul clitoride, titillandolo con lievi carezze, che mandavano in deliquio la giovane nipote. La sua lunga lingua si spingeva oltre, riempiendo per quanto le era possibile la fresca vagina della ragazza.

“Sciogliti, Marina… lasciati andare… sborrale in bocca… falla bere anche tu, quella troia… le piace bere la sborra…”

Lo zio insisteva con gli incitamenti, che eccitavano i sensi di Marina, esasperandola alle soglie dell’orgasmo. La zia la penetrò con due dita nella fica e cominciò a scoparsela così, mentre la lingua picchiettava imperterrita sul clitoride della giovane. Poi la zia tolse le dita e con la bocca si avventò sulle labbra della micetta pelosa di Marina, in un bacio assatanato in cui mordeva, leccava, slinguava, con furia parossistica. Un dito birichino si infilò sotto, in corrispondenza dell’anello vergine e bruno dell’ano di Marina. Quando la ragazza si sentì forzare anche lì dalla zia, nel mentre la bocca della parente le torturava i sensi, non resistette più e fu costretta a mollare gli ormeggi. L’orgasmo fu violento, incomparabilmente superiore a tutti gli orgasmi che aveva raggiunto prima d’allora – e con gli uomini con i quali era stata, e nelle sue masturbazioni solitarie. La zia Amelia avvertì che il momento sublime per la nipote era arrivato, e spinse tutto quanto dentro il suo dito indice nello stretto canale dell’ano, sentendolo contrarsi e spasimare. La sua lingua fu copiosamente invasa dagli effluvi della giovane, il cui piacere era acuito dalle languide carezze e dai piccoli e dolci morsi che lo zio le infliggeva sui capezzoli sensibili.

“Zia…zio…mi fate morire…non penso esista un piacere più grande…”

“No, cara ti sbagli” rispose la zia “…aspetta un attimo che si riprenda tuo zio e poi proverai le pene dell’inferno e le delizie del paradiso…”

Lo zio in effetti era già in ripresa, il suo pene aveva già riassunto una discreta consistenza. Amelia lo riportò in tiro del tutto, con la sua bocca esperta e con le sue tette burrose, fra le quali l’uccello venne infilato e pressato in una piacevole carezza.

Lo zio era disteso supino sul letto, le mani intrecciate dietro la nuca, osservava la moglie e la nipote contendersi nella bocca il suo cazzo. Amelia era più brava, ci sapeva fare, ne aveva fatti una quantità immane, di pompini, ma lui sapeva apprezzare anche l’ingenuità di Marina, alle prime armi ma così vogliosa di sperimentare e imparare.

“Marina, dai, vieni su, montami sopra…” disse Flavio.

“Io sopra?” chiese stupita la giovane.

“Non dirmi che non hai fatto neanche questo?” chiese zia Amelia “…Non fa niente, stai poco a imparare, è come andare a cavallo, sei mai andata a cavallo? C’è una piccola differenza, nel caso di tuo zio non è tanto piccola, sono venticinque centimetri. Una differenza che rende le cose piacevoli, comunque…”

Marina si lasciò guidare dalle istruzioni della zia, si posizionò sopra il bacino dello zio, strusciando la sua fichetta pelosa, sul bastone dello zio Flavio appoggiato alla pancia. Si abbassò in avanti, sul petto dello zio, che la serrò a sé, baciandola sulla bocca calda e sulle guance arrossate. La zia da sotto afferrò il piolo del marito e lo portò sulle labbra della fica di Marina.

“Vieni indietro e impalati da sola” disse alla nipote. “Io te lo tengo fermo”

Marina sentì la punta del cazzo forzare l’apertura della sua fica. Sentì la grossezza del bastone dilatarle l’utero in un modo mai provato fino ad allora e riempirla sempre più di goduriosi centimetri di calda carne. Quando la punta di quell’uccello arrivò al fondo, fin dove si poteva entrare in Marina senza squartarla, la giovane lanciò un urlo, di sorpresa e godimento, per le nuove sensazioni che quel rapporto incestuoso le stava regalando.

“Comincia a muoverti…” le suggerì la zia “…descrivi una specie di otto… avanti e indietro… su e giù”

“Guardala la santarellina, la piccolina che non voleva…venticinque centimetri tutti in fica…e guardala come se la gode…”

Marina aveva preso in effetti a goderselo bene, con le palme delle mani appoggiate al petto dello zio, sosteneva i movimenti di va e vieni sopra di lui, mentre crescevano le sensazioni di godimento al sentirsi riempita da quel tremendo cazzo. L’orgasmo arrivò quasi subito, seguito a ruota da un altro, e da un altro ancora. Fu una serie pazzesca, che lasciò la ragazza senza forze, dopo che si era dimenata come un’ossesso sul pene dello zio.

“Vieni con la bocca, Marina…” le disse lo zio, allorchè, sfinita, la sentì togliersi dal cazzo e accasciarsi stremata sopra di lui “…hai sentito cosa ti ha detto la zia prima. Mi piace sborrare in una bocca, specie in una giovane bocca come la tua…”

Marina si sottomise di buon grado alla richiesta. D’altra parte la sublimità del piacere toccato nel coito con lo zio, meritava un contraccambio che non si sentiva di negargli. Prese in bocca il cazzo dello zio, assaporò il succo della sua micetta frammisto a quello emesso dal pene stesso. Con la testa cominciò a far su e giù, e non passò molto tempo prima che si sentisse riempire il palato e la gola di sborra. Fu costretta ad ingoiare lo sperma, per non soffocare. E quando non fu più costretta, lo ingoiò lo stesso, perché vi aveva preso gusto e aveva scoperto che il sapore le piaceva, o forse le piaceva il pensare che quello dell’ingoiare il seme dell’uomo era un atto veramente trasgressivo, da vera porcellina.

Lo zio la ringraziò, zia Amelia le sorrise e le strizzò l’occhiolino. Erano appena le undici di mattina, avevano davanti a loro un intero pomeriggio e tutta la notte.

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