Lesbo

La neve (Parte 2)

Erica ad un tratto mi trattenne la testa con le mani e mi guardò divertita.
“Sai cosa stai facendo? – di nuovo il suo sorriso – se continui così mi provochi un collasso!”
“Non ti preoccupare – risi – sono un medico!”.
Mi distesi di fianco a lei ed iniziai a rilassare i muscoli che la posizione precedente aveva contratto per molto tempo.
Lanciai un’occhiata all’orologio, erano le dieci!
Due ore!
Non mi ero accorta del trascorrere del tempo.
Erica era piombata in uno dei suoi silenzi. Mi guardava, dolcissima, persa in chissà quale pensiero.
“Ti posso radere?”
“Eh?”
“Posso depilarti l’amichetta? Come la mia, così è più bella da baciare”
“….Si.. come vuoi, ma i peli non mi ricresceranno durissimi?”
“Non lo so, a me ricrescono sempre uguali. I tuoi poi sono pochi e morbidissimi, non credo che avrai problemi. Posso? Ho visto della schiuma da barba e dei rasoi in bagno”
Annuii.
Erica uscì, sentii lo scrosciare dell’acqua e il rumore di oggetti.
Depilarsi? Non ci avevo mai pensato, ma mi piaceva “l’amichetta” di Erica.
La ragazza rientrò portando un catino, un asciugamano e tutto l’occorrente.
“Rilassati! Io mi depilo da una vita e non mi sono mai tagliata – fece una smorfia – no, non è vero, ma farlo ad un’altra è molto più facile.”
Aprii il cassetto ed estrassi il mio pacchetto di sigarette, ne offrii una ad Erica che rifiutò e sistemando il cuscino mi distesi sull’asciugamano, accesi una sigaretta ed iniziai a disegnare nuvole di fumo nella stanza.
Non ero rilassatissima.
Erica iniziò a pettinarmi con un pettine i peli pubici, li distese e li separò.
Poi con le mie forbicine da bagno iniziò a tagliare proteggendomi la pelle col pettine.
Dopo la prima passata mi sciacquò, mi cosparse di schiuma ed iniziò a massaggiarmi.
La schiuma mi dava delle sensazioni stranissime soprattutto in prossimità delle grandi labbra; Erica era stata attenta a non insaponarmi le mucose.
Mi rase con cura, mi rase con amore.
Ora ero completamente glabra.
Che sensazione piacevole! Ero appena irritata sopra la vulva, Erica vi soffiò sopra facendo sublimare la sensazione di freschezza.
Poi posò il catino, mi sfilò da sotto il sedere l’asciugamano, andò a riporre tutto in bagno.
Al ritorno si distese accanto a me.
“Mi dai una sigaretta?”
Ne accesi una per lei, gliela passai e ne accesi un’altra anche una per me.
Lei mi chiese:
“Era davvero la prima volta che facevi l’amore con una ragazza?”
“Si. Tu no? Ho solo avuto tre partner nella mia vita ed erano tutti uomini.”
“Io sono bisessuale. Ho avuto dei ragazzi, ma la mia prima esperienza sessuale è stata con una compagna di scuola.……e ultimamente ho avuto una relazione con una ragazza dell’università…..sei mesi, ma è finita.”
Poi scoppiò a ridere “Sarò lesbica?”
Io la guardai, poi, con un tono più drammatico, dissi a mia volta “Sarò lesbica?”
Lei si fece appena più seria “Ti è piaciuto?”
“Si, da impazzire, non avevo mai provato nulla di simile…..fare l’amore con una donna è diverso, non so.”
“Una donna sa come funziona un’altra donna”
“Non è solo una cosa tecnica, cioè il fatto di rendersi molto più conto di cosa si sta facendo e che effetti produce,…..è più…una sensazione……”
“Complicità?”
“SI, qualcosa del genere….è bello, bellissimo”
Il bruciore nel frattempo era quasi scomparso, solo una sensazione lontana, neanche fastidiosa, sulla quale si era aggiunta una nuova sensazione di freschezza.
Piacevole.
Avevo fame.
“Mangiamo?”
“Dai! Ho una fame boia.”
“Vestiamoci! Ti invito fuori, per il tuo compleanno”
“Fuori?” Erica si alzò, abbassò la luce della lampada ed aprì le tende.
Dalla portafinestra si vedeva un lampione: la neve continuava a scendere implacabile.
“Non andiamo in macchina però, ci vorrebbero gli sci…..”
“Andiamo alla pizzeria all’angolo”
La cena fu un completo relax: antipasti, pizza, dolce ed una buona bottiglia di vino.
Erica era di casa, tutti ci salutarono e furono gentilissimi.
Chiacchierammo delle nostre rispettive vite.
Era piacevolissimo stare con quella ragazza.
Riusciva sempre a sorprendermi con delle osservazioni acutissime.
Aveva la capacità rara quanto preziosa di riuscire a capire gli schemi generali delle cose.
Ventidue anni, tredici in meno di me ed aveva già capito le cose più importanti, quelle stesse cose alle quali io ero arrivata dopo la trentina e che per certi versi ancora non padroneggiavo bene.
Non con la stessa disinvoltura che dimostrava lei perlomeno!
E a guardarla sembrava una bambina!
Bellissima, Dio se era bella.
Chissà se ne rendeva conto. Glielo dissi:
“Sei bellissima….. l’ ho sempre pensato. Già quando ci incontravamo per caso in ascensore o al cinema….volevo dirtelo tutto qua”
Erica mi guardò imbarazzata, mi parve, stava riflettendo:
“Anche io ti avevo già notata. Da tempo. Prima non te l’ ho chiesto, ma quanti anni hai?”
“Trentaquattro, ne faccio trentacinque a novembre, ho paura di essere una donna ormai.”
“Cazzo! Pensavo ne avessi ventotto o trenta al massimo. Ti tieni in forma! Vorrei essere io così a trentacinque anni!”
Poi aggiunse sottovoce
“Hai le tette più belle che abbia mai accarezzato” e mi strizzò l’occhio.
Al caffè arrivò la domanda che temevo:
“Sei fidanzata, vero?”
“Si, con Luca. Ora è in Germania, per quindici giorni.”
Non sapevo più cosa dire.
Non ero neanche ben sicura di cosa avesse significato quella domanda, sempre che avesse significato qualcosa.
“Quello biondo? E’ un bel ragazzo e sembra un buon tipo”
Mi sforzai di non pensare a Luca.
In realtà non lo stavo proprio tradendo.
Era una ragazza.
Non avrei mai avuto il coraggio di raccontare a Luca di questa serata.
Non avrebbe mai capito.
Lesbica.
Per fortuna arrivò il cameriere a chiedere se andava tutto bene.
Mi distrasse e decidemmo di andare.
Ci alzammo, io andai alla cassa mentre Erica andava in bagno e poi ci incamminammo verso casa.
Nevicava ancora, sapevo che avrei associato la neve a quella ragazza per tutto il resto della mia vita.
Era una serata magica, luci, suoni, odori tutto era strano sotto quel morbido manto.
Mi riprese una voglia pazzesca di baciare Erica, baciarla ovunque, sentire la sua pelle tesa sotto le mie dita.
Il suo sapore e quel profumo di pelle che mi faceva perdere letteralmente il controllo.
Entrammo in ascensore e le saltai addosso, baciandola in modo selvaggio, disperato.
Erica schiacciò l’ultimo tasto e mi infilò le mani sotto il maglione continuando a baciarmi.
Entrammo nella sua stanza, era caldissima.
Ci spogliammo e ci sdraiammo sui cuscini.
Io cercavo di baciarla ovunque, mi sembrava di essere la dea Kalì: avevo braccia ovunque e il mio cervello scricchiolava non riuscendo a smaltire tutte le sensazioni che gli arrivavano.
Erica mi fermò salendomi sopra e inchiodandomi le braccia a terra.
“Adesso tocca a me” ed iniziò ad accarezzarmi il collo, le braccia e poi dedicandosi alle mie tette.
Ci sapeva fare.
Ne ero sicura.
Mai avevo provato delle sensazioni così intense solo facendomi accarezzare i seni.
Inizia ad accarezzarla a mia volta.
Erica si fermò “Adesso tocca a me!” poi, facendo finta di arrabbiarsi, mi fece ruotare e mi legò le braccia ai piedi della libreria con dei foulard che erano appoggiati sulla sedia.
Mi guardo con un’espressione esageratamente truce: “Se insisti ti lego anche le gambe”
Sorrisi non ero legata stretta, ma non potei più muovermi.
Un attimo di panico, poi Erica iniziò a baciarmi sul collo, in viso, nelle orecchie ed iniziò a scendere.
Il panico non c’era più.
Solo ondate di piacere.
Mi baciò completamente, ovunque e quando arrivò al mio pube, dopo una decina di minuti, stavo impazzendo.
Non arrivò subito alla vulva.
Prima leccò la pelle sensibilissima che era stata appena rasata.
Distese un velo di saliva ovunque sulla mia patatina; ogni tanto si fermava e ci soffiava sopra piano, poi riprendeva.
Il primo orgasmo lo ebbi senza che fosse ancora arrivata alle parti più sensibili.
Fu strano, non lo sentii arrivare.
Ero in uno stato di eccitazione da così tanto tempo che non lo sentii crescere e, non essendo stimolata dove ero abituata a percepire sensazioni, fu come una bomba.
Venni scossa da contrazioni violentissime, mi spaventai, era come uno spasmo; nulla che avessi provato prima.
Volevo fermare la ragazza, ma ero legata, non ebbi tempo di dirle di smettere che sentii la sua lingua sulla clitoride.
Questa volta esplosi.
Fu l’orgasmo più incredibile che avessi mai provato.
Liberai tutta l’energia che avevo accumulato nelle ultime ore o forse addirittura giorni, mesi, anni?
Avevo perso completamente il contatto con la mia identità.
Non c’erano più pensieri.
Solo delle ondate di fremito che mi scuotevano dalla testa ai piedi.
Mentre lei, con la lingua, continuava a raccogliere le mie secrezioni, per un attimo ebbi paura di non riuscire a mantenere il controllo della vescica, volevo allontanarla, sentivo defluire liquidi a fiotti.
La ragazza non si fermava, mi sollevò le gambe ed iniziò a leccarmi in profondità, sempre più in giù, sempre più dentro.
L’orgasmo durò un’eternità o forse ce ne furono mille.
Uno attaccato all’altro, uno più violento dell’altro.
Poi, lentamente, il tornado passò.
Erica, nell’esatto istante in cui l’ultima ondata abbandonò l’ultima cellula del mio corpo, mi baciò il grilletto e poi venne a baciarmi sulla bocca.
Lasciandomi il ricordo del sapore del mio piacere.
Mi sciolse le braccia in modo rapido e professionale, prese due sigarette da un pacchetto sulla scrivania, le accese e me ne porse una.
I pensieri ricominciarono lentamente a funzionare.
Un telecomando e Finley Quaye riprese a scandire strane parole a tempo con una musica ancora più strana.
C’era solo una parola per descrivere quello che provavo.
Pace; e nel suo significato più profondo.
Una sensazione di vertigine accompagnò il mio ritorno alla misera condizione umana.
I pensieri iniziarono a susseguirsi frenetici, tentando, invano, di dare un significato a quanto avevo vissuto.
Non ci riuscivano, era stato troppo.
Ad un tratto mi attraversò un pensiero assurdo:
Erica era un angelo sceso sulla terra per farmi diventare finalmente donna.
Quella ragazza mi aveva mostrato fino a quali altezze potevo arrivare.
La mia vita era semplicemente cambiata.
Così, in mezz’ora.
Tutto aveva un valore diverso.
Ma era un pensiero troppo grosso.
Il povero essere umano Nadia Fontana non poteva accettarlo.
Sapevo che era così, non poteva che essere così.
Lo sapevo perché quello che avevo provato non lasciava dubbi.
Ma non potevo accettarlo.
Non a trentacinque anni.
Significa che avevo sbagliato tutto.
“Dormi qui, ti va?”
“Si, certo che mi va”
La guardai, era bellissima. La ragazza più bella che avessi mai visto.
Ci mettemmo sotto le coperte, nude.
Il suo profumo mi invase di nuovo.

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