Lesbo bathtub shaving
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Lesbo

La neve (Parte 1)

Non avevo mai avuto mai avuto impulsi erotici verso altre donne, ma da quando quella ragazza era salita sul tram non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso.
Era Venerdì sera. L’inizio del week-end.
Luca il mio fidanzato era via, in Germania, per lavoro.
Stavo riflettendo che erano anni che non avevo quindici giorni tutti per me.
Forse addirittura da quando feci il mio viaggio post-laurea.
Dieci anni prima.
Mi guardai nel riflesso del vetro del 15.
Vidi una bella donna sulla trentina, per fortuna il tempo non era stato crudele per il momento.
Anzi gli anni avevano ammorbidito alcune spigolosità adolescenziali, sia nel carattere, sia nel corpo.
Mi concentrai di nuovo sulla ragazza.
Dio quanto era bella! Nessun altro sul tram pareva accorgersene.
Nessuno la ammirava come stavo facendo io.
Studentessa pensai, capelli cortissimi e neri, bocca carnosa e quegli occhi incredibili.
Non riuscivo a distinguerne il colore nella semi-oscurità, era l’intensità a colpirmi.
Sapevo che viveva nel mio stesso palazzo, credo al sesto piano oppure all’ultimo.
L’avevo già incontrata nell’atrio o sull’ascensore e mi aveva sempre colpita.
Piccola, minuta e bellissima.
Era sempre stato lo sguardo, l’espressione a turbarmi.
Come al solito, alla fermata della stazione, scese un sacco di gente, rendendo il tram d’improvviso vuoto ed intimo.
La ragazza si sedette in un seggiolino che si era appena liberato ed io attraversai mezzo tram andando a sedermi nel seggiolino in fronte al suo.
Non so cosa mi prese, ma quella sera, forse per il clima, forse perché sola, mi sentivo intraprendente.
Mi sedetti e rimasi senza parole, avrei voluto dire qualcosa, ma non ero abituata, non sapevo cosa dire, non sapevo come l’avrebbe presa, cosa avrebbe pensato e mentre questo turbine di pensieri mi attraversava la mente lei mi guardò e con una semplicità disarmante disse:
“Ciao, tu sei la dottoressa vero?…quarto piano, io mi chiamo Erica”
“Ciao – dissi, tendendole la mano – io mi chiamo Nadia anche se mi sto abituando ad essere chiamata dottoressa Fontana.”
“Beata te, io non vedo l’ora di essere chiamata dottoressa. Ma sono solo al terzo anno, veterinaria, e ne ho già due palle! Ti piace la neve? Io sono una montanara e l’adoro. Mi piace il silenzio che crea.”
“Non lo so, mi piace in montagna, ma in città crea così tanti disagi che la trovo solo fastidiosa”
Al che lei sorridendo mi disse : “Scusa se sono invadente, ma è tutto il giorno che non parlo con nessuno. Odio l’ambiente dell’Università.”
“Non c’è problema, io ho passato tutto il giorno a parlare di malattie, di terapie e di turni di ferie. Se odi l’ambiente universitario non andare mai a lavorare in una clinica. Non torni a casa per le vacanze?”.
Lei s’incupì per una frazione di secondo, un velo di tristezza che attraversò il suo sguardo e poi disse con tono dolcissimo:
“Tornerò lunedì o martedì, le mie coinquiline sono già andate via così ho la casa tutta per me. Dai miei c’è sempre aria di tensione, così mi fermo qualche giorno qui e cerco di rilassarmi.”
Mi venne in mente che la incontravo spesso durante i week-end, sola, a passeggiare nel parco oppure un sabato l’avevo incontrata al cinema, sempre sola.
Non ci avevo fatto caso, ma la incontravo sempre sola.
Ma non mi aveva mai dato l’impressione d’essere triste, probabilmente era una di quelle persone che amano la solitudine.
“E il fidanzato, non hai paura a lasciarlo solo nel week-end?”
Mi resi subito conto che avevo fatto una gaffe; quella ragazza era un libro aperto e le emozioni che si leggevano in quel momento sul suo volto erano di dolore e tristezza.
Così mi affrettai a chiederle scusa
“Non volevo farti ricordare cose spiacevoli, mi dispiace per la mia linguaccia”
Erica non rispose, si limitò a sorridere ed io provai una strana sensazione nei confronti di questa sconosciuta.
Avrei voluto proteggerla, avrei voluto accarezzarla e lenire quella sofferenza.
Questa conversazione mi stava sconvolgendo.
Non avevo provato delle sensazioni così intense da quando vent’anni prima iniziavo con i primi appuntamenti “romantici”.
Rientrai dai miei pensieri e lei mi stava guardando, Dio che sguardo.
Capii i romanzetti d’amore quando parlano di perdersi negli occhi di qualcuno.
“Mi sa che siamo arrivati, copriti bene che ci aspetta la Siberia.”
Scendemmo dal tram ed iniziammo a camminare verso casa.
Nevicava fortissimo, ma non faceva freddo.
Camminavamo fianco a fianco, in silenzio nella neve, in una Torino completamente surreale e sospesa in questa nevicata.
Avrei voluto che non finisse mai quella camminata, ma il nostro palazzo era lì a poche decine di metri.
Quasi davanti alla porta lei disse:” Io continuo ancora un po’ a camminare, si sta bene”
Io, senza riflettere, mi ritrovai quasi a gridare:” Vengo anch’io! – poi recuperando il controllo, aggiunsi in modo più pacato – se non ti dispiace.”
“No, anzi mi piace camminare con te. Allora hai cambiato idea sulla neve?”
Poi mi guardò le scarpe, sorrise e mi disse:
” Vatti a cambiare scarpe avrai i piedi congelati con quelle.”
Io la guardai a mia volta, notando sia il maglione di lana grezza che doveva tenere caldissimo, sia i guanti, la sciarpa e gli anfibi.
La nostra montanara era molto più attrezzata della cittadina.
Pensai che non avevo delle vere scarpe da neve, avevo i dopo-sci, ma mi sarei sentita ridicola in giro per Torino con dei vistosissimi moonboots.
“Non ho scarpe migliori ho paura, ma non c’è problema: non ho né freddo né i piedi bagnati. Andiamo”
Lei sorrise e mi chiese che numero avevo, glielo dissi , lei andò verso la porta del palazzo, la aprì fece per entrare, si girò e vedendomi perplessa mi fece segno di andare.
Sull’ascensore mi disse che i piaceri secondo lei dovevano essere vissuti nel migliore dei modi e che non ci si poteva rovinare una passeggiata per dettagli facilmente risolvibili.
Io ero eccitata, la serata stava prendendo una piega insolita.
Stavo per entrare nella casa di una sconosciuta in un clima sempre più confidenziale e piacevole.
Subito fece capolino una sensazione negativa: un misto di paura, di diffidenza e un sottile senso d’inquietudine dovuto ad una situazione molto lontana da quanto fossi abituata.
Mi rimproverai per questi pensieri.
Ero sola, in vacanza e quella situazione mi piaceva da impazzire e, come diceva Erica, i piaceri vanno vissuti nel migliore dei modi.
Mi resi conto che ero tesissima e cercai di rilassarmi per godermi al meglio quella piacevolissima serata.
M’imposi di non pensare a nulla e mi concentrai solo sulle piacevoli sensazioni che stavo vivendo.
Erica mi stava guardando in modo strano, mi chiese se pensavo sempre così tanto e ridendo mi disse che si sentiva in tutto il palazzo, il rumore delle mie rotelle che giravano.
Io mi misi a ridere: Dio quanto mi piaceva quella ragazza.
Entrammo nella sua casa.
Casa di studentesse: mi vennero in mente un sacco di ricordi dimenticati.
Anch’io avevo vissuto in case da studentesse.
Erica mi porto nella sua stanza.
Era bellissima, una piccola stanza buia in una mansarda.
Ma tutto in quella stanza sapeva di lei.
Tutto esprimeva calore, intimità, sensualità.
Mi sedetti su alcuni cuscini in terra su un bel tappeto colorato mentre Erica stava estraendo dall’armadio un altro paio di anfibi, un maglione pesante, una sciarpa e dei guanti.
Buttò tutto sul letto e mi disse:
“Qua c’è la roba, ma ho solo una giacca a vento tu ne hai?”
Mi sfilai le scarpette: avevo i piedi congelati, i collant erano tutti bagnati.
Erica sorrise e dall’armadio estrasse anche un paio di calzettoni di lana blu elettrico “Togliti quei collant bagnati e metti queste, signorina di città!”
Iniziai a spogliarmi mentre Erica accendeva lo stereo.
Quanto tempo era che non ascoltavo più musica?
La musica era ovviamente molto bella, non poteva essere altrimenti.
Erica: non c’era niente che non fosse affascinantissimo di lei ed era ancora così giovane.
“Chi è?”
“Il disco? Finley Quaye: lo zio di Tricky. E’ bello, me lo hanno regalato ieri.”
“Ah, se è lo zio di Tricky. Non seguo più la musica, sono diventata una vera donnina e le donnine non hanno più tempo per la musica. Credo che domani andrò a comprare qualche disco. Poi ti chiederò qualche titolo. Quanti anni hai Erica?”
“Ventidue oggi, il 22 dicembre: Avevo chiesto come regalo una bella nevicata
e Manitù se n’è ricordato.”
“Auguri!”.
Stavo cercando di sfilarmi i jeans, così saltellai con una gamba sola verso di lei con i pantaloni abbassati per metà, la baciai su una guancia in equilibrio instabile.
Lei mi sorresse con dolcezza e guardandomi fissa negli occhi mi baciò sulle labbra con lentezza, appoggiando le sue morbidissime labbra sulle mie; un bacio casto, da bambina o da amica.
Un bacio che mi sconvolse, mi sentii enormemente eccitata non riuscivo quasi a trattenermi dal baciarla in modo appassionato a mordicchiarle le labbra a leccarle tutto il viso.
Provai una vertigine sotto la spinta di tutte quelle emozioni che mi stavano travolgendo.
“E’ la prima volta che bacio una donna sulle labbra da un sacco di tempo – dissi cercando di riprendere il controllo – è una bella sensazione”.
E le restituii il bacio, sforzandomi di essere altrettanto delicata e casta.
Poi finii di spogliarmi sotto il suo sguardo indecifrabile e mi rivestii da neve.
Uscimmo di casa parlando di musica e mi fermai al quarto piano per prendere la giacca a vento.
Feci in un lampo e dopo pochi minuti eravamo in strada verso il parco.
Continuava a nevicare, ormai c’è n’era quasi mazzo metro.
Non c’erano rumori: era bellissimo.
Ero immersa nel profumo di Erica: la sua sciarpa, il suo maglione, n’ero circondata, mi stava stordendo.
Non era un profumo da profumeria era il profumo della sua pelle.
Era il profumo più dolce che avessi mai sentito.
“Dio; sarò lesbica?” pensai mentre cercavo di respirare a pieni polmoni quella fragranza di cui non potevo già più fare a meno.
Erica, arrivata al parco Ruffini, iniziò a pattinare su di un lastrone di ghiaccio.
Probabilmente abituata a pattinare sembrava volasse: era bellissima.
Io, come una bambina, la imitai scivolando grossolanamente. Ero goffa e ne ridevamo tutte e due, ma era bello, era una strana sensazione di intimità, non era una risata cattiva.
Erica mi prese le mani e mi condusse per quella che sembrò un eternità poi con un’elegante giravolta si fermò ai margini del vialetto.
Io non riuscii a fermarmi e travolgendola ruzzolammo sulla neve fresca.
Le ero finita sopra, eravamo distese; i nostri volti a pochi centimetri.
Era toppo istintivamente appoggiai le mie labbra contro le sue e la baciai.
Nulla di casto e di infantile: era desiderio puro.
M’immersi in quella stupenda bocca travolta dal suo profumo di giovane ragazza.
La mia eccitazione era a livelli fino a poco prima inimmaginabili.
La mia lingua si attorcigliò alla sua, le mie labbra la tormentarono.
“Oddio cosa sto facendo” pensai mentre ritornavo in me.
Non osavo guardarla, avevo paura della sua reazione, che cazzo mi era preso di baciare così una ragazzina, per di più sconosciuta.
Erica mi carezzò dolcemente il viso, mi girò verso di lei e dolcemente mi canzonò:
“Se curi i pazienti come baci ti voglio come medico”.
“Scusa…..non so che mi è preso, non mi era mai successo…non volevo…”
Fu il suo turno: non ero mai stata baciata così.
Labbra morbidissime, una dolcezza senza fine ed un sapore che non dimenticherò mai.
Poi due occhi incredibili azzurri che mi guardarono facendomi sentire in paradiso.
“Andiamo a casa, siamo fradice”
Ci rialzammo, mi prese per mano a ritornammo senza una parola verso casa.
L’ascensore si fermò al quarto piano.
“Vorrei invitarti a cena”
“O.K. faccio la doccia e scendo”
“Io ho la vasca se vuoi”
Entrate in casa Erica mi baciò ancora, non c’erano dubbi né su cosa stavamo facendo, né su cosa sarebbe successo.
Sempre baciandoci ci incamminammo verso il bagno.
Erica si fermò ad ammirare il bagno, il mio regno, mentre riempivo la vasca.
Ruppi la confezione di sali che Luca mi aveva regalato e mentre si liberava il profumo nell’aria la spogliai.
C’era già una piccola pozza di neve sciolta attorno a noi a quando vi misi il piede dentro mi resi conto che non era un sogno.
Era tutto reale, strano, incredibile, ma reale.
Le sfilai i pantaloni e nell’abbassarmi portai il mio viso vicinissimo ad un paio di slip candidi da ragazzina.
Il suo profumo fece crollare l’ormai fragilissimo diaframma di ritegno.
Volevo quella ragazza, la volevo a tutti i costi e null’altro aveva più importanza.
Lei nel frattempo si era sfilata la maglia e la canottiera liberando due piccoli seni bellissimi.
Erica era visibilmente eccitata, le sfilai le mutandine e portatemele al volto immersi il naso in quell’alone umido che mi provocò il primo orgasmo.
Ero senza controllo, Erica mi aiutò a spogliarmi, mi carezzò i seni pieni e maturi e sorrise nel vedere i miei slip blu elettrico di raso da donna ormai fradici.
Ci infilammo nella vasca allagando il bagno.
Ci accarezzammo con foga, ci baciammo praticamente ovunque, risparmiando solo i nostri sessi.
Ci lavammo in modo molto approssimativo, poi la trascinai fuori dalla vasca dopo una veloce sciacquata, la condussi nella stanza da letto e mi gettai su di lei.
Ero io a condurre il gioco.
Lei era in posizione di totale abbandono; ero sdraiata in mezzo alle sue gambe divaricate, avevo il ventre bagnato delle sue secrezioni mentre lei totalmente persa nel piacere si strofinava sempre più ritmicamente.
Le baciai i capezzoli perdendomi nel profumo della sua pelle.
Non avevo mai amato il sesso orale con Luca non mi piaceva baciarlo nelle parti intime e non mi piaceva essere baciata.
L’avevo sempre trovata una pratica imbarazzante, persino umiliante.
Il suo odore di donna riempiva la stanza, la sua vulva depilata ormai gocciolava sul mio petto e sul copriletto.
La vidi pulsare come un ipnotico invito mentre Erica ormai priva di controllo, selvaggia, bellissima inarcava il bacino cercando un improbabile amplesso con l’aria.
Quando appoggiai le labbra alla sua vulva il suo orgasmo mi inondò.
Venne con una forza che non avevo mai provato, mi ritrovai a leccare, succhiare, sbavare. Venni anch’io, in modo primordiale, cercavo disperatamente di raccogliere con la lingua quel prezioso succo che mi scendeva dal mento.
Continuando a leccare quella pelle e quelle mucose morbidissime; quel gusto e quel profumo ormai mi avevano rapita provocandomi una vertigine incontrollabile, ma paradisiaca.
Erica sfidando ogni legge di gravità riuscì a voltarsi.
Lentamente, con una grazia infinita.
Mi offrì il suo stupendo fondoschiena proteso verso l’alto mentre continuavo a cercare il centro del suo e del mio piacere.
Ormai eravamo una cosa sola, riuscivo a percepire ogni singola sensazione che lei stava provando ero io a provocarla, ma allo stesso ero io a provarla.
Individuai col tatto il suo morbido sfintere che iniziai con cautela e poi con selvaggia ossessione a succhiare e leccare, tentando di penetrarla con la lingua sempre più.
Ormai il ritmo dei nostri orgasmi era frenetico.
Io avevo l’interno delle cosce completamente fradicio, ogni volta che spostavo il ginocchio lo appoggiavo sulla superficie umida e fresca del copriletto.
Non avrei mai smesso quell’oscena danza

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