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Etero

Passione animale

Procedo con passo deciso e conto i secondi che separano il mio sguardo da ciò che si nasconde dietro l’angolo prestabilito. So già cosa troverò ad attendermi: riuscirei a trovarti anche se i miei occhi fossero bendati.

Sto contando: “…quattro, tre, due, uno”. Eccoti, finalmente!

Ti scorgo da lontano, sperduta dentro la tua mini gonna jeans, e ti riconosco in balìa degli sguardi famelici dei mezzadri i cui occhi ti mangiano passandoti vicino. Mi soffermo un istante: non puoi vedermi, non puoi concepire il piacere che genera nella mia mente l’immagine di te ramoscello in mezzo alla tempesta. So che mi aspetti, con ansia e timore, perché non sai da quale punto ed in quale momento sentirai sopra di te, come due artigli, le mie grandi mani.

Stringi le gambe, hai paura, ti comporti come un’adolescente al suo primo appuntamento: mi piaci quando fai così, pregusto già i tuoi brividi per quello che ti farò dopo. Ti osservo muto e leggo nei tuoi pensieri. Il vento caldo di scirocco ti accarezza sinistro.

Mi avvicino lentamente: io imprevedibile animale, tu mia preda. Un’erezione violenta ed improvvisa mi toglie quasi il fiato. Ci sono, sono dietro di te: io sacerdote, tu agnello da offrire in sacrificio.

Le mie braccia ti avvolgono da dietro e le mie mani coprono i tuoi occhi. La mia bocca si perde sopra il tuo orecchio sinistro. Poi le mie parole scuotono improvvise i tuoi sensi:

“Ferma! Non muoverti!”

Ti sento. Sento il cuore tuo balzarti in gola ed aumentare i suoi battiti. Rimani immobile, obbediente, mentre ti annuso tra i capelli che cadono sulle tue spalle bianche. Rimango così non so per quanti istanti. Avverto il tuo tremito leggero, la tua emozione. Impazzisco. Poi ti parlo.

“Adesso puoi parlarmi, ma non girarti. Sono qui, dietro di te. Dimmi, dove vuoi che ti porti?”

Controlli il respiro, ti sforzi di articolare le parole che già si affollano nella tua mente. Poi, d’un tratto, la tua bocca si schiude ed un lamento sensuale ti sfugge attraverso le dita delle mani che tengo sulle tue labbra.

“Nella stalla. Portami nella grande stalla tra le bestie e trattami come una di loro”.

Era quello che volevo sentirti dire. Lo hai detto. Ti stringo ancora più forte: non sai – anzi, sai molto bene! – in quale animale riescono a trasformarmi le tue parole! Ci avviamo.

Cammini accanto a me, rassegnata, con gli occhi bassi che implorano piacere e …dolore. Mi vuoi, lo sento. Vuoi essere annientata dall’animale in cui mi hai trasformato.

Il mio cazzo preme già sul cavallo dei pantaloni. Ad intervalli lo strizzo fugacemente con la punta delle mie dita, quasi per caso. Lo faccio apposta, so bene che non resisti ad una tale visione. Ed in effetti, cominci a cercare l’aria, che già ti manca, con la bocca. Senti il fuoco impossessarsi del tuo ventre ed il tuo sesso aprirsi e diventare vergognosamente umido. Stringi i glutei, piccoli e sodi, e ti imponi di non godere, almeno adesso, che sei ancora nel bel mezzo della campagna.

Mille profumi investono i nostri sensi mentre percorriamo il sentiero accidentato. Il sole è già alto ed il suo calore ci strappa le prime gocce di sudore. Fatichi a camminare con quei sandaletti che ti fasciano a mala pena i piedi piccoli e sottili. Sei già ferita. Trattieni le lacrime e non parli: vuoi assolutamente che questo cammino si muti per te in un nuovo Golgota, in una nuova via Crucis che conduce, però, verso il paradiso.

Siam giunti. La grande stalla è fuori dal mondo, immersa in un paesaggio primitivo animato solamente dai nostri corpi e dal pesante respiro delle bestie proveniente dall’interno. Ti avvicini alla porta, supplichevole. I tuoi occhi cadono sul nervo bianco ritorto che qualcuno ha dimenticato proprio lì davanti, il nervo con cui si governano le bestie. Lo accarezzi, lo sfiori lentamente con le mani. Lo annusi tremando e lo assapori passandogli sopra la lingua. Sa di sangue e di latte. Sa di sudore animalesco. Ti inumidisci le labbra con la lingua e me lo offri quale strumento per il sacrificio.

Ti osservo, sei bellissima: animale immerso nella natura pronto ad essere immolato da un altro animale. Ci sono: voglio farti male, voglio sentirti gridare di piacere e di dolore. Voglio sentire il sapore salato delle tue lacrime.

Ti spingo all’interno con fermezza. Scivoli sull’umido della stalla e ti accovacci scomposta ai miei piedi. L’odore acre e pungente dello sterco attraversa le nostre narici ed annulla quasi completamente la nostra ragione. La semioscurità ci avvolge.

All’improvviso, cominci a leccare i miei stivali di cuoio e gemi come non hai mai fatto. I tuoi occhi si spostano sul nervo che tengo stretto tra le mani: mi chiedono di colpirti, senza esitazione, sulle tue carni bianche. Vuoi essere il mio animale, fino in fondo.

Ti osservo: sei bellissima.

Potrei ucciderti, lo so. Sento che non opporresti resistenza. E non per sottometterti – ciò che, come sai, non gradirei – ma perché è la passione che ti comanda. Ed io ti accontento …a modo mio.

Faccio vibrare il nervo nell’aria, ti passa vicino a pochi centimetri dal viso, si schianta sopra il terreno umidiccio della stalla. Ecco: minuscole gocce di sterco schizzano e decorano il tuo volto. Tu gemi, osservi il nervo immobile accanto a te e quasi sei delusa che non ti abbia colpito. Non parlo, ti osservo muto e disperdo la mia ragione in quell’atmosfera animale.

Mi chino appena, quanto basta per affondare la mia mano dentro i tuoi capelli e trascinarti sopra di me, sulle mie gambe, sopra i miei jeans logori e strettissimi da cow boy rude e selvaggio. Cominci a salire, lentamente, e boccheggi e annusi dappertutto. Ti fermo un istante, con forza, all’altezza del cavallo: scorgi la sagoma del mio cazzo protesa sulla sinistra, non riesci a trattenere un profondo gemito. Ma sai bene che non lo avrai così facilmente.

“Avanti, togliti le scarpe. Voglio vederti camminare scalza”

Obbedisci. Neppure un cenno di disapprovazione. Riprendo il nervo e ti afferro per i capelli, ti trascino nel profondo della stalla dove quasi nulla è la luce e più forte è l’odore acre e pungente dello sterco animale. Le piccole ferite dei tuoi piedi bruciano a contatto col terreno umidiccio della stalla, ma trattieni gli spasimi e non dici una parola.

Mi guardi e rimani muta. Tu, in ginocchio ai miei piedi come un agnello già pronto per il sacrificio. Io, in piedi davanti a te sacerdote pronto ad immolarti…

Avvicino con delicatezza il nervo sul tuo mento delicato e lo spingo verso l’alto: voglio vedere, luccicanti nel buio, le pupille dilatate dell’agnello prima del sacrificio.

Sa di sangue e di latte, il nervo. Sa di budella d’animale. Non resisti, apri la bocca, ricominci a leccarlo per tutta la sua lunghezza e contemporaneamente ti porti la mani tra le gambe aperte. Nella penombra che ci avvolge, basso continuo, solo il respiro pesante delle grandi bestie…

Mi stai provocando, lo so. Desideri che sfoghi sopra di te tutta la mia aggressività animale. E sia.

Quando meno te lo aspetti, faccio vibrare nell’aria il nervo che avevi eletto a tuo nutrimento, lo lancio verso la porta e ti attiro su di me. Incollo le mie labbra alle tue e comincio a baciarti con la stessa furia di una bestia in calore. Ti lasci andare, non resisti più, rispondi con ogni fibra del tuo corpo a questo mio slancio di passione animale – che l’agnello intenda ribellarsi, prima del sacrificio?

Mi salti addosso, ti avvinghi a me con le gambe e spingi in avanti la base del tuo pube per sentire contro di te la forma del mio cazzo. La furia mi rende cieco.

Ti tengo stretta e affondo le mie dita dentro la tua carne. Poi faccio appena due passi in avanti e trovo l’appoggio che cercavo. Ti spingo con forza sopra la schiena di un bue nero ed enorme, ti strappo di dosso la camicetta sottile e la piccola gonna jeans. I tuoi seni volano dinanzi ai miei occhi e sono scossi da un tremendo sussulto. Poi è la volta del minuscolo perizoma: lo faccio scivolare tra le tue gambe mentre ti agiti come una serpe e gemi come un animale.

Finalmente, nuda: adesso sembri davvero un animale e ti tratterò come tale.

Mi guardi con gli occhi sbarrati: abbiamo superato il punto di non ritorno, sai che adesso niente e nessuno potrà più fermarci. Era quello che volevi, che aspettavi.

Ti sollevo di peso, come fossi un fuscello tra le mie braccia, e ti faccio montare sul dorso dell’animale. In un istante, slaccio la robusta cintura di cuoio che tiene i miei pantaloni e la rigirò sopra le tue mani. Le immobilizzo dietro la tua schiena. Poi slaccio il foulard che tengo al collo e con quello ti bendo. Tremi, sul tuo volto adesso è il panico, non credevi che arrivassi a tanto… Ma subito ti riprendi: sei distratta dal calore che il pelo sudato dell’animale trasmette violento sopra la tua fica grondante di desiderio. Non hai mai sentito nulla del genere: adesso sì che ti senti una vera bestia! Una bestia in calore.

Monto anch’io sul bovino – così grande che neppure avverte il nostro peso in groppa – e ti schiaccio sul suo dorso. Appena due sculacciate, e subito cominci a strofinare la fica sopra la sua schiena ruvida e calda. E stringi forte le gambe ai fianchi dell’animale per non perdere l’equilibrio. Poi, finalmente, cominciano a levarsi alti i tuoi lamenti, i tuoi gemiti, i tuoi: “Sìììììììììììì”, i tuoi: “Prendimi, adesso. Trattami come una vera bestia…!”

Sono dietro di te e ti mordo come un animale. Osservo la tua fica e le tue natiche inzaccherate da quella miscela accecante costituita dal tuo miele e dal sudore bovino. Poi mi avvicino di più a te, ti allargo, mi accosto. E in un attimo sfondo con un deciso colpo di reni il …tuo piccolo buco!

Il nulla.

Ti manca il fiato, lo sento, e rimango immobile. Lo so: è la prima volta. Nessuno ti ha mai fatto questo ed è proprio quello che volevi. I miei sussurri si uniscono ai tuoi lenti singhiozzi.

“Adesso sentirai quanto so essere animale per il tuo piacere. Adesso sentirai quale dolore e quale piacere ti darà il mio duro cazzo nel culo! Sììììì, più duro del nervo con cui tanto ti è piaciuto giocare”.

Ascolti le mie parole e ricominci a gemere. Sotto di noi, quasi indifferente ai tuoi prolungati lamenti, il bovino muove la coda e riempie l’aria che ci circonda di rinnovate fragranze animali.

Ti sento, ti muovi appena. Devo tenerti in equilibrio perché tu non cada. Allungo le mie braccia su di te, fino a toccare con le mani la bocca e poi, appena più sopra, il viso tuo dolcissimo. E, finalmente, scopro le lacrime. Scorrono attraverso il foulard che ti rende cieca: le tocco. Sì, stai piagendo! – e godi, mentre il mio cazzo ti allarga con passione animale.

Avanti e indietro, lentamente. Avanti e indietro, con la tua fica che si smussa sopra il pelo ruvido del bovino. Avanti e indietro, su quella schiena di pelo nero che è diventata per te dolce supplizio.

Sei mia, il mio animale. Stai godendo e piangendo per me: potresti fare di meglio?

Da lontano, improvviso, ci giunge acuto il nitrire dello stallone che i mezzadri incrociati prima sulla strada conducevano alla monta. La natura ci è complice: è con noi e attorno a noi.

Pensi.

Stai immaginando la scena, lo so: lo stallone che monta la sua giumenta affondandole sul dorso gli zoccoli scintillanti, mordendola sul collo. Allora aumenti ancora di più i tuoi gemiti, quasi urli, non resisti: sei una giumenta ed io il tuo stallone. Intuisco, libero le tue mani dalla stretta della cintura ed i tuoi occhi dalla benda. Contemporaneamente, alzo la voce.

“Solleva la tua bella coda cavalla, avanti! Fatti rompere dal cazzo del tuo potente stallone!”

Obbedisci. Ritorni a vedere e capisci che non stai affatto sognando.Ti aggrappi con le mani al collo dell’animale e sollevi il bacino. Poi, improvviso, un grido rauco emetti. Ti esce dal ventre e l’orgasmo ti sorprende, ci sorprende tra l’odore di sterco animale. Ma sono uscito prima e adesso il mio seme, denso e caldissimo, cola sulla tua schiena per terminare la sua lenta corsa sopra il pelo nero dell’animale che ci sorregge.

Ti abbraccio, e rimango sopra di te non so per quanto tempo. Adesso sì che l’afa ci appare insopportabile. Adesso sì che desideriamo refrigerio.

Silenzio.

Il bovino ci guarda con i suoi occhi neri enormi e lucidi di gelatina. Gli smontiamo di dosso e lo accarezziamo. Sapesse come stavamo comodi sopra di lui! Poi ci rivestiamo ed usciamo.

Per caso, il mio sguardo cade ancora una volta su quel nervo solido e bianco di cui ci siamo serviti prima. Lo scanso, quasi con fastidio – ormai feticcio “scarico” e freddo – e richiudo lentamente la porta. In un attimo, la grande stalla torna a sprofondare nell’oscurità che ci è stata complice – pregna di misteri e segnali indecifrabili, di odori e di respiri animali: i respiri delle bestie nelle quali poco prima ci siamo entrambi trasformati…

Siamo fuori: riacquistiamo la ragione.

Ti abbraccio. Mi abbracci. Ed in silenzio riprendiamo il sentiero verso le docce dell’agriturismo.

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