Scopata dalla mia professoressa

Per tutto il tempo della chiacchierata la professoressa non mi aveva tolto gli occhi di dosso. Ero imbarazzata, a disagio, ma non sapevo che pesci pigliare per sbarazzarmene. All’uscita da scuola mi aveva preso da parte e non era la prima volta che lo faceva. La minaccia di una bocciatura assomigliava più a un ricatto piuttosto che a un materno consiglio: dovevo andare a casa sua a prendere ripetizioni. La mia classe era mista. I maschi, una decina in tutto, erano per lo più goffi e maldestri, con il viso pieno di brufoli. Ragioni sufficienti per giustificare il mio interesse per le femmine. Stavo meglio in compagnia delle ragazze piuttosto che con i maschi, ma non mi sentivo lesbica, anche se molte delle mie compagne mi giudicava tale. L’abitazione della professoressa si trovava al terzo piano di un antico palazzo in pieno centro cittadino. Raggiunsi l’appartamento mettendo piede su un vetusto ascensore che arrestò la corsa al pianerottolo dove abitava l’insegnante. La professoressa era ad attendermi sulla porta di casa. Indossava una vestaglia da camera di seta bianca con disegnati dei piccoli fiorellini. Un tipo di abbigliamento che la faceva sembrare più giovane rispetto all’età che aveva. Lo studio era una grossa stanza con le pareti occupate da scansie di legno pregiato. I mobili custodivano una grande quantità di libri. Mi sentivo in soggezione in quel luogo troppo austero per il mio carattere. La luce soffusa del paralume di una abat-jour faceva brillare il ripiano della scrivania dove avevamo preso posto, ingentilendo l’ambiente troppo severo. Rimasi a studiare in sua compagnia per circa due ore prestando attenzione alle spiegazioni che mi suggeriva nell’interpretazione degli eventi storici. Verso le sette di sera mi accomiatai. Mi fermai sull’uscio di casa con l’intenzione di ringraziarla. Le porsi la mano in segno di saluto e lei fu sollecita nello stringerla. Presi commiato ricevendo un tenero bacio sulla guancia che ricambiai. Seguitai per parecchie settimane a frequentare la sua abitazione. Ero consapevole che le attenzioni che riversava su di me non erano del tutto disinteressate, ma non me ne davo pensiero. Volevo essere promossa al quinto anno ed ottenere la maturità liceale, questo solo contava per me. Ogni volta che le facevo visita mi preparava una tisana con degli infusi di tè o di una qualsiasi altra erba aromatica. Affabile e garbata sapeva mettermi a mio agio senza reclamare niente in cambio e ciò mi stupì. Abbandonai persino l’idea che volesse scoparmi. Un pomeriggio ruppe la sua riservatezza e mi fece un invito: voleva che andassi con lei ad una conferenza di uno studioso sulla storia del medioevo. Uscendo dall’appartamento mi salutò con un bacio sulla guancia, ma stavolta trascinò le labbra a sfiorarmi la bocca, baciandomi frugalmente sulle labbra, e la cosa mi piacque. Rimasi un istante ferma sulla porta auspicando che rendesse manifesta l’attrazione che provava per me, seducendomi, ma non lo fece. Il teatro dove si teneva la conferenza era colmo di persone sedute in platea. Giunsi con qualche minuto di ritardo all’appuntamento rispetto all’ora convenuta. Non c’era rimasto un solo posto libero a sedere, fummo costrette a rimanere in piedi, con la schiena appoggiata su di una parete di legno in fondo alla sala. Le cuffie per la traduzione simultanea erano esaurite. Della narrazione del relatore non riuscivo a capire che poche parole. La professoressa Franchini mi chiese si mi annoiavo e mi colse di sorpresa. Altrettanto sinceramente le risposi di sì e lei mi fece segno di andarcene. Mi feci largo fra le persone che albergavano lungo il corridoio. Poco dopo ci ritrovammo fuori del teatro. Mi propose di andare a casa sua a ripassare un po’ di storia. Mi prese sottobraccio e proseguimmo a camminare. Il buio ci sottraeva solo in parte alla vista della gente. Andavamo a spasso affiancate, strusciando le tette contro quelle dell’altra e questo mi eccitava. Attraversammo strade illuminate dai lampioni e ci trovammo dinanzi all’ingresso del parco, visto che era la strada più breve per raggiungere la sua abitazione. I lampioni posti ad una certa distanza uno dall’altro illuminavano il selciato lasciando ampie zone in penombra. Il parco a quell’ora della sera era vuoto di gente e misterioso. Lasciammo il viale principale e c’inoltrammo per un sentiero dirette al centro del parco, lontano dal nostro itinerario. Poco dopo mi ritrovai dentro un’ampia radura plasmata a cerchio da querce secolari. Ero turbata, maledettamente turbata. Non opposi resistenza quando la sua bocca si posò sulla mia e mi baciò. Lo desideravo da troppo tempo per resisterle. Appiccicata con la schiena contro la corteccia di una quercia subii le sue carezze. Le sue mani frugarono fra le cosce eccitandomi a dismisura. La professoressa accompagnava i gesti con dei gemiti senza pronunciare una sola parola. Le nostre lingue si cercarono titillando una contro l’altra. Ci toccammo reciprocamente le tette godendo del tocco delle dita che spremevano i capezzoli. Ci sdraiammo sul prato. Fu lesta a sollevarmi la gonna sull’addome e infilare una mano sotto l’elastico delle mutandine. Ero bagnata, bagnata fradicia per l’eccitazione, indifesa di fronte alle sue avance. Rivolse le sue attenzioni su di me in maniera delicata carezzandomi con dolcezza le labbra della figa. Mantenevo il capo girato da un lato per non incrociare il suo volto, certa che i suoi occhi erano puntati sui miei. Stese la mano sull’elastico delle mutande come se stesse preparandosi ad abbassarle ma non lo fece. Sollevai il bacino e lasciai scivolare il sottile tanga sopra le autoreggenti. Sfilai le mutandine facendole passare oltre le caviglie. Divaricai le gambe senza che me lo chiedesse. Lei si mise in ginocchio fra le mie cosce, chinò il capo e annusò a lungo la mia figa prima di inumidirla con la lingua. Leccarmi le grandi labbra le piacque parecchio. Continuò a passarci sopra la lingua a lungo, senza decidersi a penetrarmi in profondità, accrescendo il desiderio che avevo di essere scopata e raggiungere al più presto l’orgasmo. Con l’estremità della lingua cominciò a sfregare le piccole labbra, estrema protezione della vulva, decisa a penetrarvi dentro, cosa che fece spingendosi con la punta della lingua in profondità. Non resistetti a lungo nel godere di quel piacevole tormento. Cercai di chiudere le cosce a più riprese, ma la professoressa me lo impedì servendosi della forza delle braccia. Godevo come una cagna in calore e glielo dissi con voce rauca. Mentre si accaniva con le labbra e la lingua sul clitoride mi penetrò la vulva con due dita. Incominciò a scoparmi facendole scorrere avanti e indietro. Mi lamentai con dei gemiti di piacere scuotendo le cosce di continuo. Compiaciuta dal mio modo di fare seguitò a succhiare il clitoride, poi tolse le dita dalla vulva e prese a toccarmi il piccolo dosso di carne che congiunge la passera all’ano. Con il dito medio bagnato andò a solleticarmi lo sfintere accennando a entrarvi. Inumidì di nuovo il dito di saliva e ripeté l’operazione sull’ano ammorbidendo la carne interna, poi m’infilò il dito nel culo. Ero in affanno e stavo per raggiungere l’orgasmo. Cominciai ad ansimare sempre più forte. Lei riprese a penetrarmi con le dita nella figa fintanto che urlai scuotendo violentemente il corpo. Gli orgasmi si susseguirono a frotte, uno dopo l’altro. Fui promossa al quinto anno del liceo, premiata per l’impegno che avevo messo nei lunghi pomeriggi trascorsi a ripetizione dalla professoressa.

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