Cattivi pensieri

Io e mia moglie viviamo in un grosso paese nell’entroterra irpino, ve l’ho raccontato in “Michela”. Le notti qui in Irpinia, d’inverno, sono molto, molto lunghe. E uno dei nostri giochi preferiti consisteva nell’immaginare situazioni estreme nelle quali mia moglie soprattutto (ma anch’io, lo avrete già capito) avrebbe voluto trovarsi. Sogni erotici insomma. Cattivi pensieri. Il mio compito era quello di immaginare una situazione –preferibilmente con tanti cazzi per lei – e buttare giù una sorta di canovaccio. Poi, a quattro mani, lo rifinivamo. Sono nati alcuni racconti che ci hanno molto eccitati. Magari riusciranno ad eccitare anche voi. Fatemelo sapere.

L’osteria

Formalmente, era un bar, almeno così recitava l’insegna, ma aveva l’aspetto delle vecchie osterie di una volta. O così lo immaginavamo noi, osservando la sala : quattro tavoli di legno quadrati da quattro posti e un lungo tavolone, sempre in legno, addossato ad una parete, che poteva ospitare una decina di avventori.
Lo frequentavano soprattutto muratori, che lavoravano in un vicino cantiere.
Quella sera c’erano in tutto dieci persone, oltre l’oste, sette delle quali, muratori appunto, ancora imbrattati di polvere e calce. Io ed altri tre avventori solitari occupavamo ciascuno un tavolino. Quando Michela entrò la conversazione, un brusio sottile rotto da scoppi di risa, si interruppe per un attimo mentre ventidue paia di occhi si focalizzavano sulla donna elegantissima, vestita di rosso, scarpe rosse col tacco altissimo che lasciavano il piede nudo, velato dalla calza di seta trasparente, collana ed orecchini d’oro.
I più attenti notarono che il vestito era tenuto in vita da un solo, grande bottone, lasciando i lembi, superiore ed inferiore, liberi di fluttuare e quindi di aprirsi.
Dall’apertura anteriore, quando allungava la gamba nel passo, trapelava il bordino delle calze di seta con l’attaccatura della giarrettiera, anch’essa rossa.
Tutti immaginammo che sia il reggicalze sia le mutandine, se ne aveva, fossero rossi anch’essi.
Michela si accostò al bancone senza degnare d’un solo sguardo gli avventori e sorrise all’oste.
-Vorrei un pacchetto di gomme.
-Che gusto signora? Lì c’è l’espositore, scelga pure – rispose, con un sorriso rapito, l’oste, indicandole l’espositore delle gomme.
Michela passò le dita tra le varie marche, cercando un gusto di suo gradimento, poi afferrò un pacchetto e lo avvicinò agli occhi. Parlò con voce assolutamente tranquilla e normale.
-Questo è allo sperma e alla menta? – chiese fissando l’oste con aria innocente.
L’oste avvampò e per un momento dalla bocca non gli uscì alcun suono.
-Veramente non credo che “spearmint” significhi quello che ha pensato, signora.
-Ah, perché credo che la menta rovini il fantastico sapore della sborra. Non ce ne sarebbe uno alla sborra di negro?
Dicono che sia la più saporita.
Nella sala era sceso un silenzio assoluto. Ciascuno ascoltava incredulo quella conversazione, non riuscendo a capire se fosse tutto vero o un qualche strano trucco fosse in quel momento in funzione.
Io, che ovviamente non potevo intervenire, mi godevo la scena, già eccitato, scommettendo, tra me e me, su chi avrebbe preso in mano la situazione.
Persi, perché la reazione venne da un omone che sedeva a capo della tavola dei muratori, una sorta di bruto che avrei giudicato stupido e incapace di reagire con garbo a una simile situazione.
-Ma quello è un luogo comune, signora mia. Come l’idea che abbiano cazzi più lunghi e più grossi dei nostri.
Michela si voltò a fissarlo.
-E del sapore della sborra che mi dice?
-Ah su quello non posso esprimermi. Magari può chiederlo a Mariolino – disse indicando quello che evidentemente era il nuovo arrivato della squadra, un ragazzotto robusto che immediatamente avvampò tanto che temetti prendesse fuoco – pare che gli piaccia ciucciare cazzi, magari ha assaggiato anche qualche negretto.
Un coro di risate riempì l’aria, facendo, se possibile, arrossire ancora di più il ragazzo.
Michela si avvicinò al tavolo, guardandolo fisso, con un lievissimo sorriso sulle labbra truccate.
-Mariolino, allora, tu che ne pensi della sborra dei negri?
-Ma che dice, signora – si indignò il ragazzo – a me piace la fica, altro che cazzi!!
-Non sai che ti perdi – sussurrò lei.
Quindi allungò la mano afferrando la bottiglia di birra davanti all’omone e se la tirò vicino.
Fissò il ragazzo negli occhi, sempre stringendo la bottiglia per la parte larga, come se impugnasse il grosso cazzo di un negro, e continuò:
-Ma fartelo ciucciare ti piace, però. Allora facciamo una cosa – disse, e portò la bottiglia alle labbra; ma non bevve, se la passò tra le labbra come se stesse facendo un pompino – dato che non temete il confronto coi negri, farò un pompino a tutti quelli che ce l’hanno grosso almeno come questa bottiglia. Perché i negri, ve l’assicuro, ce l’hanno anche più grosso.
-Ci sto – strillò l’omone – a patto però che sia con l’ingoio.
-Naturalmente – replicò tranquilla Michela – vi ho detto che apprezzo molto il sapore della buona sborra bollente.
-Ma le dimensioni sono quelle a cazzo duro, ovviamente.
-Ovviamente.
-Allora che ne dice, bella signora, di darci un aiutino mostrandoci almeno le cosce ?
-Vada per l’aiutino, ma se non raggiunge le dimensioni, andate in bianco. Patti chiari.
-Ma se almeno UNO di noi le raggiunge, gli altri possono avere qualcosina anche loro ?
-Mmmm la stiamo un po’ stiracchiando, questa scommessa – disse lei stringendosi il mento in segno di dubbio – ma va bene, mi siete simpatici. Almeno uno! Che si gode il pompino fino in fondo. Per gli altri vedremo di fare “qualcosina”. Oste? – si girò a chiamarlo – qualcosa per appoggiare il vestito. Non vorrei che si stropicciasse.
Mentre l’oste accorreva con un intero attaccapanni, rosso come un peperone e chiaramente eccitato come un cane in calore, Michela si sbottonò il vestito, che subito si aprì come una vestaglia.
Come tutti avevano immaginato, la lingerie era rossa. Ma nessuno poteva immaginare che non usasse assolutamente mutandine e che il reggiseno, rigorosamente rosso, fosse un semplice balconcino su cui si appoggiavano le sue fantastiche tette, coi capezzoli già irti per l’eccitazione. I due fiorellini rossi del reggicalze sembravano fare la guardia alla massa di pelo scuro del pube, che brillava chiaramente di minuscole perline liquide di eccitazione femminile. Di fronte a quello spettacolo, tutti rimasero religiosamente in silenzio.
-Bene, funziona? – chiese con un sorrisetto facendo un giro sulle protuberanze che sporgevano da ogni parte – allora possiamo cominciare.
Si avvicinò all’omone e gli fece cenno di calarsi i pantaloni.
L’uomo si calò mutande e pantaloni in un sol gesto, facendo schizzare il cazzo, durissimo, grosso e nerboruto, sovrastato da una maestosa cappella violacea, verso l’alto.
Michela si avvicinò con la bottiglia in mano, ancheggiando ad arte. Allargò bene le lunghe gambe e si piegò a compasso sul cazzo duro; lo afferrò con la mano inanellata, ornata da lunghe unghie rosse, e gli appoggiò sopra la bottiglia di birra.
Ma nessuno seguì questo primo confronto. Avevamo tutti gli occhi puntati sulla sua schiena. O meglio sul culo. Il movimento infatti le aveva aperto le chiappe e ci mostrava, in tutto il suo splendore, il buchetto grinzoso del culo e la fica, umida ed aperta.
-Eh no, non ci siamo – sentenziò, con una strana espressione a metà tra la delusione e la soddisfazione – un bel cazzo, decisamente, ma mancano un paio di centimetri.
L’uomo, che godeva del tocco della sua mano, sorrise comunque, come se avesse vinto.
-Eh purtroppo, ma ho ancora frecce al mio arco – ghignò.
Michela continuò il suo giro del tavolo in senso orario.
La scena si ripeté identica per ciascuno degli astanti.
Unica eccezione, Mariolino. La cappella del suo cazzo era infatti coperta e dopo la misurazione Michela, in un gesto di simpatia, la tirò verso il basso scoprendo il glande. Ne uscì un filino di sborra bianca, appena appena. Si chinò e lo raccolse sulla lingua, da vera intenditrice.
-Che sapore meraviglioso – disse sorridendogli e passando al successivo.
Neppure la quinta sconfitta nella scommessa del cazzo sembrò turbare il buonumore dell’omone, che si sfregava le mani scopandosi mia moglie con gli occhi.
E anche toccandosi frequentemente il cazzo con la mano destra, per essere onesti.
E infatti la sorpresa arrivò col sesto muratore, il più anziano del gruppo.
Magro, tutto muscoli e nervi, la pelle delle braccia nera di sole e le gambe bianchissime e piuttosto ossute, rivelò, tra i peli imbiancati che glielo circondavano, un cazzo enorme, completamente scappellato, la cui circonferenza superava addirittura quella della bottiglia di birra.
-Santo cielo – esclamò Michela – questo non è un cazzo, è il monumento al cazzo!
Un coro di grida accompagnò la scoperta, insieme ad applausi e sghignazzi da parte del caposquadra.
-Io lo sapevo che Tonino ce l’aveva come un ciuccio – berciò – e quindi avevo la scommessa già in tasca. Ora ci darai quella bella passerona.
-Calma buon uomo – lo redarguì lei – intanto pagherò la scommessa a Tonino, poi vedremo se la mia passerona è “qualcosina”. Non è detto.
E senza perdere tempo si inginocchiò davanti al “monumento” e cominciò a menarlo con mani, lingua e denti in un pompino pazzesco.
(continua)

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