Granite, bibite e….

Il racconto si apre con il dettaglio delle mani di una donna che prepara il caffè. È estate: lo si capisce dalla luce che invade il piano di lavoro in marmo della cucina; forse sono le nove e trenta o le dieci meno un quarto. La donna si è appena svegliata e indossa una canotta stretch a girocollo, il costume da bagno e un paio di zoccoli in legno e pelle di vitello con 8 cm di tacco. La mise è quella di una ragazza ma lei è una signora di 48 anni: è sposata, ha due figli e, in questo momento, è in vacanza al mare. La televisione è sintonizzata su un qualunque programma trash. C’è una canzone di Biagio Antonacci e lei la canticchia a bassa voce: è romantica la troia. Mentre aspetta che salga il caffè si appoggia con la schiena al muro, ha l’aria trasognata, e intona tutte le parole del testo: sembra quasi una ragazzetta innamorata. Poi suona il cellulare che è in camera da letto. Fa una breve corsa un po’ impacciata da donna matura non più agile; I grossi seni ondeggiano mentre gli zoccoli pestano forte il pavimento: «Pronto, amo’ dove sei?» sta parlando con il marito, «Mo proprio so’ partito, sto a San Giorgio.» «Ci sta traffico amore mio?» «No, si cammina. Penso che arrivo per ora di pranzo, tutto a posto?» «Si amo’, sapessi che bel sole che ci sta oggi …» «I ragazzi dove stanno?» «So’ scesi a mare con mamma e papà.» «Vabbuo’, ci vediamo più tardi.» «Ciao amore, ti aspetto!» Il caffè è pronto. La donna spegne il fuoco, ma poi corre in bagno. Si siede a pisciare e quando ha finito, con due dita, si tocca la fica. Mentre parlava al telefono con Gerardo, suo marito, era inquieta: le era tornato in mente il pisellone del ragazzino. «Madonna mia!», pensava «C’ha solo diciotto anni e il suo cazzo è più grosso di quello di Gerardo» poi, tormentandosi il clitoride «Madonna mia bella e quanto ce l’ha grosso!». È eccitata, ora si sta masturbando energicamente e pensa a quel ragazzaccio volgare, che parla solo in napoletano, leggermente sovrappeso, prepotente e arrogante non solo con i suoi coetanei ma, sapeva per esperienza, anche con gli adulti. Si chiama Nando, è il figlio degli ambulanti che vendono bibite sulla spiaggia, ha diciotto anni, e ieri lei si è lasciata scopare da lui. Quello stronzetto di Nando! Era diventato amico di suo figlio Enzo, il più piccolo. Quando la avvicinò per la prima volta lei era sotto l’ombrellone, stava leggendo la rivista “Chi” e indossava gli occhiali da sole: «Signo’, sono un amico di Enzo, Enzo addò sta?» «Ciao» disse lei stupita «Sta facendo il bagno» «Ah vabbuo’, io sono Nando, piacere!» e le tese la mano. Lei era seduta su una sedia pieghevole ed aveva proprio davanti alla faccia il “pacco” del ragazzino. Indossava uno slip rosso e non poté fare a meno di notare la quantità di carne che conteneva. Quindi si accorse della mano di Nando e gliela strinse «Ciao, piacere, sono Daniela, la mamma di Enzo». Da quel momento Daniela se lo vide sempre girare intorno: qualsiasi scusa era buona e Nando era sempre a meno di due metri da lei. Si rese conto che la spiava senza sosta e le sbirciava il culo e le tette. Lei era abituata ad essere osservata dagli uomini; ha un fisico notevole ed ama indossare il bikini, ma sulla spiaggia si era sempre sentita al sicuro perché, quando non c’è il marito impegnato con il negozio a Napoli, è sempre in compagnia dei suoceri, diffidenti e sospettosi con tutti. Nemmeno loro, però, potevano immaginare tanta malizia in un adolescente. Lo stronzo non aveva alcun pudore: lei si accorgeva che lui la stava fissando, lo guardava severa per redarguirlo, e lui niente, non le toglieva gli occhi di dosso; come se volesse sfidarla. Daniela ne era turbata. Era anche preoccupata per suo figlio che giocava con quel piccolo farabutto. Il fatto è che era sempre in spiaggia con i genitori a vendere le bibite, e sempre con quel costume così attillato… Daniela aveva provato a cambiare i suoi orari nel tentativo di evitarlo. L’altro ieri ha costretto i suoceri e i figli a scendere in spiaggia alle due del pomeriggio. C’erano pochi bagnanti ma Nando era sempre lì. Fu proprio allora che, approfittando della spiaggia deserta, Nando, Enzo e Giovanni, l’altro suo figlio, cominciarono a rincorrersi e a giocare con la sabbia. Urlavano e Daniela infastidita gridò: «Ehi! la volete smettere o no?». Nando fu l’unico a fermarsi e la guardò per alcuni secondi poi, come ispirato da chissà cosa, si girò e si affrettò verso i suoi compagni di gioco. Daniela osservò il corpo di Nando mentre, girato di spalle, correva sulla sabbia: era lento, più lento degli altri due ragazzi e il grasso della pancia gli ingrossava anche i fianchi. Lo vide avvicinare Enzo e dirgli qualcosa nell’ orecchio dopodiché lei abbassò lo sguardo e riprese la lettura. I suoceri dormivano sotto l’ombrellone e lei era seduta al sole. Subito dopo vide Enzo inseguire Nando. Nando urlava sguaiato e volgare come sempre cercando di non farsi raggiungere: « Vaffanculo, scemo, fammi vede’ che sai fa’!» Daniela, spazientita, stava per dire qualcosa ma si interruppe perché capì che Nando tentava platealmente di richiamare proprio la sua attenzione. Infatti correva verso di lei quando notò quell’affare sproporzionato sbatacchiare negli slip. Protetta dagli occhiali da sole, e sapendo di non essere vista da nessuno, decise di cedere alla tentazione e seguitò ad ammirare quell’ oscenità. Arrivato a poco più di tre metri da lei Nando rallentò, e lo fece intenzionalmente, lasciando che Enzo, alle sue spalle, gli abbassasse il costume. Non oppose proprio alcuna resistenza lo stronzo! Invece di ricomporsi immediatamente tirò della sabbia ad Enzo, per farlo scappare, per poi girarsi verso di lei affinché potesse apprezzare nitidamente la sua nudità. Daniela non riusciva a togliere gli occhi da quel cazzo eccezionale. Ciondolava massiccio su due palle belle sode, era scuro e senza peli e il glande scoperto aveva una cresta nerboruta anche da moscio. Nando lo afferrò con la mano destra e lo scrollò due o tre volte mentre sorrideva e la fissava. Daniela, di scatto, finse di tornare a leggere la sua rivista e provò a dire: «La dovete smettere che i nonni stanno riposando!» ma non c’era alcuna convinzione nelle sue parole. Nelle ore successive Daniela si masturbò più volte pensando al cazzone di Nando: lo fece sotto la doccia, appena rientrata dalla spiaggia; poi, la sera, mentre guardava la televisione con i suoceri si alzò ed andò in bagno a toccarsi; poi, ancora, la notte nel suo letto. E il giorno dopo Nando era lì, in spiaggia, a pochi metri da lei che la spiava e le sorrideva e lei non riusciva a reagire. Lo stronzetto faceva finta di giocare con Enzo ma, appena poteva, le sfiorava un braccio o le carezzava i piedi nella sabbia e lei … beh, lei glielo lasciava fare. Era turbata e innervosita da lui; ma si era arresa. I suoceri, inconsapevoli di tutto, oziavano tranquilli e chiacchieravano sulla battigia; Enzo ,sdraiato sul suo telo, si asciugava al sole dopo il bagno; e Nando provava, senza tregua, a intercettare il suo sguardo ma, Daniela, seduta nella sedia pieghevole, si sforzava di evitarlo fingendosi immersa nella lettura. Dio mio! Il marito, Gerardo, era a Napoli e sarebbe arrivato il giorno dopo, pensava. Con Gerardo in giro lei e Nando non avrebbero più avuto modo di agire. Sì, perché Daniela, a questo punto, desiderava solo di scopare con Nando e voleva scoparselo quel giorno stesso. Con la voce affievolita dall’eccitazione disse: «Nando, già che stai in piedi mi puoi prendere il cellulare nella borsa, per favore?» «Come!» disse lui. Mentre Nando si avvicinava diede un’occhiata intorno per essere certa di non essere vista. Il ragazzino prese il cellulare e glielo portò: «Ecco qua signo’!» Daniela alzò il braccio destro ma, invece di prendere il cellulare, afferrò il “pacco” di Nando. Il costume rosso, era bagnato e gonfio di cazzo. Daniela lo palpeggiò più volte freneticamente: col palmo della mano spingeva in su le palle e con le dita cercava di stringere quanta più carne possibile. Attraverso il tessuto umido dello slip sentiva tutto il calore di quel cazzone che cominciava a riempirsi di sangue. Dovette fare uno sforzo per mollare la presa e poi, rivolta ai suoceri disse: «Uffa, non c’è campo e io devo telefonare assolutamente a Gerardo!» si alzò, pigliò il pareo, raccolse la borsa e si allontanò dirigendosi verso la vicina strada litoranea. Nando rimase indietro di qualche metro: dovette recuperare il suo telo mare e annodarselo ai fianchi per coprire l’erezione che ormai balzava fuori dal costume. Si allontanò in silenzio e, appena fu sicuro che nessuno lo vedesse, si sfilò gli slip liberando il cazzo duro che gli impediva anche solo di camminare. Tenendo con la mano destra il telo fermo sui fianchi e con la sinistra il costume rosso cominciò a correre in modo buffo per raggiungere la signora Daniela. Nando non aveva alcuna indecisione; per lui tutto tornava: le donne sono tutte puttane che vogliono solo essere chiavate.

Daniela lo sentì arrivare alle sue spalle, ansante per la lunga corsa, proprio mentre attraversava il parcheggio libero che divide l’arenile dalla strada litoranea. Le lamiere bollenti delle auto parcheggiate facevano il caldo afoso delle due del pomeriggio ancora più opprimente. Lei gli passò una mano sulla fronte madida di sudore e disse: «Oh, sei fradicio, mascalzone!» Immediatamente Nando la spinse nello stretto passaggio tra due macchine, dove nessuno a quell’ora poteva vederli, e subito la baciò. Agitava nervoso la lingua mentre lei avidamente gliela leccava e bagnava con la sua. Il moccioso premeva forte sulle sue labbra e, con le mani ormai libere, la palpeggiava dappertutto. Quando poi Nando si separò da lei, facendo un passo indietro, Daniela lo vide ergersi nudo, con le gambe aperte, sul telo mare che giaceva abbandonato, unitamente al costume rosso, nel terreno polveroso del parcheggio. Si lisciava con la mano destra un cazzo vigoroso, scuro di colore, solcato dagli evidenti aggetti delle vene dorsali cariche di sangue che scorrevano verso un enorme glande dalla cresta robusta. Daniela era infoiata dal disagio che le suscitava la vista di quel cazzo gigantesco sul corpo ancora immaturo dell’adolescente, perciò non appena Nando, arrogante e volgare, le ordinò: «Fatemi nu bucchin’ signora!» riuscì solo a dire con un filo di voce: «Mio Dio, sì, vieni qua!» mentre si inginocchiava per adempiere a quel meraviglioso atto di umiliazione. Nemmeno un soffio di vento alleviava l’arsura estiva, e dalla vicina pineta arrivava un ostinato frinire di cicale. Daniela aveva il cazzo di Nando fino in gola; con la mano sinistra ne stringeva la parte rimasta fuori stirando il prepuzio tanto da stressare il frenulo. Lo stava spompinando senza tregua e con straordinaria passione: quel cazzone era ciò che aveva sempre desiderato nei suoi sogni più insani e viziosi. Sentì le dita di Nando ravviarle i capelli sulla fronte per liberarle il volto; alzò gli occhi e incontrò il suo sguardo fisso su di lei; portò la mano destra tra le cosce e la spinse fin dentro le mutandine del bikini, per raggiungere la fica zuppa di umori; si levò dalla bocca quell’abbondante boccone di carne, che mostrava di gustare con grande piacere, e con la lingua incominciò a misurarne l’intera lunghezza, dalla punta fino allo scroto; lo fece una, due, tre volte e poi di nuovo si cacciò il cazzo in bocca fino in gola. Quando ebbe il suo primo orgasmo Daniela emise una rumorosa sequenza di gemiti, e per un attimo, ma veramente solo per un attimo, temettero di essere stati scoperti, poi disse: «Fammi vedere quanto sborri, mascalzone!» e riprese a ciucciare. Nando seguì la testa di quella donna, la testa di quella zoccola che era la madre dei suoi amici Enzo e Giovanni, agitarsi sul suo cazzo duro; su e giù, su e giù; una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette volte, poi le spruzzò tutto in bocca. Daniela provò a tirarsi indietro, ma lui, crudele, glielo impedì tenendola ferma per la nuca e obbligandola ad ingoiare il suo seme; quindi Nando mollò la presa e Daniela poté respirare. Adesso, il ragazzino, le stava sfregando il cazzo unto di sperma sulla faccia e Daniela, senza indugio, si direbbe quasi con riconoscenza, prese a nettarlo con la lingua. Un campo lungo ci farebbe intuire la reale ampiezza dell’area parcheggio che si estende per circa centocinquanta metri sul litorale costiero di Capaccio Scalo. I suoi margini sono individuati a destra dal Lido Harmony e a sinistra da una folta pineta ricca di rovi, felci, e munnezza di ogni genere. Proprio lì, a ridosso della macchia boschiva, i genitori di Nando avevano innalzato una baracca; fabbricata in parte in muratura e in parte con lamiere e materiali di risulta o demolizione raccattati qua e là. Quando Daniela si rialzò in piedi era ancora preda di una forte eccitazione sessuale. Sollevò da terra il telo mare impolverato di Nando e, senza ragionare, tentò di pulirsi passandolo ripetutamente sul viso sudicio di sperma; ma riuscì solo a peggiorare la situazione. Sputò terra e sabbia; si accorse di avere i seni scoperti e sistemò con cura il reggiseno del suo bikini quindi, rivolta a Nando disse: «E che ti guardi!?… ‘Sto schifoso! Piuttosto, sai dove posso sciacquarmi un po’ la faccia e le mani?». Il ragazzino pensò immediatamente allo sgangherato casotto di famiglia. I suoi genitori ci sarebbero tornati solo per le sei del pomeriggio a stipare il baracchino delle granite e tutte le loro bacinelle di merda. Abbrancò Daniela per un braccio e le fece strada tra le auto parcheggiate sotto il sole. Si imbatterono in una comitiva di turisti e Nando rimase indietro di qualche passo fingendosi impegnato ad annodare meglio il telo intorno alla vita: in realtà tentava in tutti i modi di coprire una, rigogliosa quanto imbarazzante erezione. Quando riprese a camminare erano di nuovo soli e lui, frenato nei movimenti, avanzava penosamente. Gettò uno sguardo su Daniela e si accorse che aveva risposto ad una chiamata del cellulare: stava discutendo con la suocera: «… no mamma, ancora non sono riuscita a parlargli … uffa, e che ne so, risulta non raggiungibile! …Sì, mo aspetto altri dieci minuti e ci riprovo …», quindi notò l’ampio profilo dei fianchi della donna e i glutei alti e pieni che si scorgevano in trasparenza sotto il pareo con decoro batik. La stoffa leggera in rayon cedeva docilmente all’ondeggiare morbido delle anche esaltandone la sensualità. Nando, avvinto da tale spettacolo, si diede una mossa e accelerò l’andatura. «… ma perché, non ne abbiamo più?… no, guardate mamma che vi sbagliate ce n’è rimasto ancora di latte intero! Vabbe’ dai, dopo ci pens…» e s’interruppe lì dato che, di colpo, le mancò il fiato per continuare. Nando, dietro di lei, le aveva sollevato il pareo tirandolo su dalle ginocchia fino al bacino e, intanto che seguitavano ad avanzare, le toccava il culo con entrambe le mani, spostandole convulsamente sulle natiche ampie e piene. Appena si decise ad arrestare il passo sentì l’indice e il medio della mano destra del ragazzino oltrepassare l’esiguo triangolo di stoffa delle mutandine e fare pressione sulle labbra esterne della fica fino a penetrarla una, due, tre, quattro volte. «Che culona che siete signo’!… Fatevi tucca’!» Daniela coprì con la mano il microfono del cellulare con l’ansia di non far udire nulla alla suocera e sussurrò: «Ah, madonna mia!… Che stai facendo, stronzo?!» Poi Nando, tenendola per la vita, la trascinò oltre una bassa boscaglia dove, finalmente, celata dalla vegetazione e dai rifiuti, si ergeva quell’ ignobile accozzaglia edile che era la baracca dei suoi genitori. Daniela l’ osservò slacciare il telo mare ed esibire quel cazzo superlativo -turgido e imponente come mai, in vita sua, le era capitato di vedere- liberò il microfono del cellulare dall’oppressione del palmo della mano e, con la voce fatta roca dalla voglia di sesso, disse: «… ehm, scusate mamma, stavo attraversando la strada e non potevo distrarmi …». Nando, che era di nuovo alle sue spalle, le aveva sciolto pure il pareo e le aveva calato le mutandine del bikini fino alle caviglie. Allora la donna, soddisfacendo istintivamente un impulso innato nelle grandi troie, fece leva sulle gambe e impennò il magnifico culo in maniera da aprire le natiche alla lascivia del suo amante e, per eseguire al meglio la manovra, dovette sostenersi, con l’unica mano libera, a un’ asse di legno piantata sulla facciata esterna della baracca e sormontata da una lamiera su cui spiccava la scritta: ripulitura garage, cantine, sottotetti, ecc.. «… no, mamma scusate ma …» Nando, ora, le aveva slacciato pure il reggiseno lasciandola completamente nuda. Daniela percepì i capezzoli rizzarsi, solleticati da un refolo d’aria fresca che filò via in un attimo, quindi avvertì il ragazzino piegarsi su di lei, poggiare l’addome sulla sua schiena e afferrare i grossi seni penzolanti; emise un gemito soffocato, poi inspirò e disse: «… sì, uffa, ho capito, la cena, ma adesso …». Palpeggiava con passione, lo stronzetto, godendosi le tettone gonfie e abbondanti di quella madre di famiglia; con le dita robuste divaricate, per trattenere nei palmi delle mani quanta più carne possibile, strizzava tra loro le voluminose, grasse mammelle e subito dopo le mollava lasciandole ciondolare liberamente nell’aria; ficcava le mani nel solco profondo tra i due seni giunonici per poi abbrancarli da sotto e spremerli con forza. «… no, scusate mamma non posso più …» Nando si staccò da lei, indietreggiò e fece scivolare due dita nella fica fradicia di umori quindi, delicatamente, le fece scorrere avanti e indietro, una, due, tre, quattro, cinque volte; lei allargò le gambe e inarcò la schiena; lui arretrò ancora di un passo e principiò lentamente a penetrarla. Daniela intuì quell’enorme cazzone bollente incedere dentro di lei e riempirle la fessa fino in fondo. «… ah, mamma … no!… Ah, adesso proprio non posso … vi chiamo io dopo!» e riattaccò ancora prima di aver terminato la frase. Erano esattamente le 14:37, la luce accecante del sole zenitale uniformava i colori livellando i contrasti e riducendo le differenze di tono. Lontano dalla spiaggia, nel parcheggio e sulla strada litoranea, il caldo era asfissiante e in giro non c’era anima viva. Nando e Daniela erano appartati nella penombra della pineta dove nessuno poteva sentirli o dar loro fastidio. Il diciottenne stava chiavando la donna matura vigorosamente, tenendola ferma per i fianchi e infliggendole colpi potenti; lei aveva arcuato la schiena il più possibile, sollevandosi pure sulla punta dei piedi per acuire il piacere di quelle spinte violente e incontrollate. Una mosca svolazzò curiosa intorno a un calcagno per poi allontanarsi precipitosamente quando Nando scattò e pigliò Daniela per i capelli forzandola ad alzare la testa: «Dai zoccola, muovi ‘sto culone!… Glielo dicevo io a vostro figlio che siete ‘na grande zoccola!» Daniela rimase sbigottita, ma iniziò, senza alcuna esitazione, a dimenare sapientemente il culo traendone immediato e vivo godimento: anche perché l’oltraggio di essere chiamata zoccola da questo adolescente volgare e borioso e lo scandalo d’aver ceduto al desiderio degradante del suo cazzo animalesco la fece ancora più infoiata. Quando presentì l’orgasmo in arrivo buttò il braccio sinistro indietro ad agguantare la coscia del suo amante e spronarlo a fotterla con rinnovato impeto: «Ah, … madonna mia, sì!… sbattimelo tutto dentro ‘sto cazzone, dai! ». Nando la penetrò ancora una, due, tre, quattro volte, quindi il clitoride si ritrasse all’interno del prepuzio, le piccole labbra si tinsero di scuro e Daniela fu presa dalle acute, irrefrenabili contrazioni di un orgasmo vaginale. Quel pomeriggio Daniela ebbe altri due orgasmi dato che si lasciò scopare da Nando, all’interno del capanno dei suoi genitori, fino alle 15:53: il ragazzo era un chiavatore inesauribile e pieno di capricci e lei non poté che esserne felice. Quando fece ritorno al lido era sudata e aveva la pelle impregnata di sperma e saliva un po’ su tutto il corpo. Si affrettò a tuffarsi in mare e nuotò a lungo, fino a spingersi molto lontano dalla riva dove le correnti rendevano l’acqua più fresca. Lì non c’erano rumori e i minuscoli bagnanti non si distinguevano l’uno dall’altro. Daniela si sfilò le mutandine del costume, sollevando prima il piede destro e poi quello sinistro e prese a galleggiare nella posizione del morto divaricando al massimo le cosce. Finalmente si sentiva serena e appagata, buttò la testa all’indietro fino ad immergerla completamente e quando riemerse decise che, appena tornata a riva, sarebbe andata con i suoi figli al chiosco dei genitori di Nando a comprare tre belle granite al limone

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