Lei mi tradisce

Sono sposato da 10 anni e ne ho 40; mia moglie è più giovane di me di 4 anni. La nostra vita coniugale è stata sempre ordinaria e serena; i rapporti sono stati sempre frequenti e soddisfacenti, salvo il divieto assoluto che lei mi imponeva di avvicinarmi al suo lato B, che dovevo limitarmi ad apprezzare solo con gli occhi. La situazione sarebbe continuata così forse per sempre se non fosse accaduto un fatto che sconvolse il nostro rapporto di coppia.
Da qualche settimana non mi consentiva di avvicinarmi a lei; diceva sempre di essere stanca e di non averne voglia. Sopportavo a stento questo suo rifiuto e pensavo che la depressione in cui era caduta dopo la morte imprevista di suo padre, a cui era affettivamnete molto legata, doveva essere la causa di questi suoi rifiuti. Lo assistette per intere giornate durante le ultime settimane di vita e quando se ne andò si chiuse in un silenzio totale.
La notte, quando rassegnato, mi giravo dall’altra parte del letto lei prendeva sonno quasi subito; ma era un sonno profondamente disturbato da lamenti e gemiti, agitava spesso le gambe che stringeva nervosamente e accavallava. Questi episodi si ripetevano quasi ogni notte verso l’una di notte, quando anch’io avevo ceduto al bisogno del sonno.
Ma in quella notte doveva succedere qualcosa di più grave; dopo i soliti gemiti che mi svegliavano, anche se un pò intontito, le agitazioni del suo corpo e delle gambe durarono più a lungo del solito, le sue mani scorrevano lungo il corpo e il basso ventre e scuotevano con forza l’inguine che teneva stretto tra le dita; sembrava in preda ad un fortissimo stato di eccitazione. Provai a chiederle se stava bene; non rispondeva, anzi strizzava fortemente gli occhi senza smettere spudoratamnete di tormentarsi la fica con tutte e due le mani. Pensai che fosse in preda ad un sogno fortemente spinto, sicuramente sollecitato da un’astinenza che durava ormai da troppo tempo anche per le sue abitudini.
Improvvisamente fece volare via la coperta e si diresse camminando quasi come un automa guidato da una forza interiore incontrollabile verso il bagno. Ebbi la sensazione, non certa, che fosse in preda ad un fenomeno di sonnambulismo.
Sapevo che non si deve disturbare chi è affetto da sonnambulismo. Lasciai passare qualche istante, quando dal bagno sentii arrivare gemiti lamentosi inconfondibili: mia moglie era in preda ad un orgasmo molto forte. Mi alzai per verificare anche preoccupato del suo stato di salute. Aveva lasciato socchiusa la porta del bagno da dove arrivava luce; mi posi in un angolo del corridoio da dove, non visto, osservavo i suoi movimenti. Era piegata davanti al lavabo, interamnete nuda, e con la sinistra si strizzava i seni con violenza e con la destra teneva saldamente infilato nel culo un vibratore acceso il cui ronzio si sentiva a stento solo nelle pause dei suoi gemiti di piacere.
Ero frastornato e incredulo, non riuscivo a mettere ordine alle mie idee; proprio lei che mi aveva sempre negato i piaceri del suo culo, che mi era sempre piaciuto, da quando l’avevo conosciuta, ora volontariamente si lasciava sodomizzare da un freddo vibratore di plastica. E incapace di capire, continuavo ad assistere a quell’incredibile scena che intanto aveva trasformato il mio cazzo a riposo in un’arma dura, lunga e terribile; avrei voluto sostituire con decisione quello strumento artificiale con il mio cazzo caldo e duro, ma temevo contraccolpi involontari del suo stato di salute, sicuramnete non sano.
Quando la stanchezza si fece sentire dall’affievolimento dei suoi gemiti e dall’allentamento della penetrazione, lei tolse con lentezza il vibratore e vidi che la sua fica, grondante di umori colanti lungo le cosce, risplendeva alla luce bianca delle lampade dello specchio. Si accarezzò solo un pò la fica, più per acquietare gli orgasmi che per aumentarli e tornò verso la camera da letto.
Mi vide stordito testimone delle sue azioni e trasalì di sorpresa e paura. “Ora mi devi spiegare” le dissi con tono perentorio; non volevo sentire scuse e volevo sicuramente venire a capo di una questione che stava cambiando in peggio la mia vita e il mio rapporto con lei.
Si avviò verso il letto trascinandosi con una certa fatica, la precedetti, accesi la luce, la presi per le spalle e le ripetei: “devi spiegarmi perchè fai ciò e ti neghi a me”. Si sedette sul bordo del letto, taceva e qualche lacrima le solcò il viso; fui rude e ripetei per la terza volta la stessa domanda, deciso a ricevere una risposta esauriente. Balbettando accennò ad iniziare a parlare, asciugò le lacrime e mi implorò in nome del nostro amore di non arrabbiarmi, qualunque cosa mi avrebbe raccontato.
Promisi di sì perchè mi sembrò sincera e iniziò la sua confessione: “tu sai che ero molto legata a mio padre, era stato sempre molto affettuoso con me, la sua regina, come mi chiamava. Quando, dopo il liceo, decisi di continuare gli studi all’Università, lui cercò di opporsi in tutti i modi perchè la frequenza mi avrebbe tenuta lontana da casa tranne i fine settimana. Mia madre invece riuscì a convincerlo con fatica che non doveva impedirmi di intraprendere gli studi per il mio futuro. Mi tenne il broncio per tanto tempo e mi telefonava diverse volte al giorno dicendo che gli mancavo. Dopo la mia prima lunga assenza, cinque giorni appena, al rientro lo trovai smagrito e pallido; gli chiesi preoccupata come stava e mi confessò come un bambino: mi sei mancata tanto. Corsi ad abbracciarlo e lo strinsi forte al mio petto e subito sentii premere sul mio ventre l’asta del suo uccello, dura e dritta; ricambiò il mio abbraccio con una forte stretta delle sue manone sul mio sedere. Avvertii in maniera netta e distinta che operavo su mio padre un’attrazione fortissima. Avevo 19 anni e un fisico da sballo, almeno a quanto dicevano invidiose le mie amiche: un bel seno regolare, ma sodo, duro e appuntito a pera; era la gioia dei coetani che me lo mangiavano con gli occhi e che vi si strofinavano durante i rari balli lenti delle nostre feste.
Non so per quanti minuti rimasi attaccata a mio padre e a quella proboscide di carne che mi inchiodava immobile; quando sentimmo la voce di mia madre che dalla cucina ci chiamò, ci staccammo, mi fece un breve cenno con il dito indice sulle sue labbra di tacere della sensazione provata e andammo a cenare. A tavola mi chiese se dovevo uscire con le amiche; risposi che sentivo il bisogno di stare a casa dopo la mia prima assenza lunga. Lui apprezzò e sorrise; mia madre invece comunicò che doveva andare da sua madre che per l’età stava sempre male e che sperava di rientrare, anche a tarda ora. Sparecchiammo, la mamma andò via e come promesso lavai i piatti. Papà rimase in cucina col giornale in mano, ma era distratto, non mi levava gli occhi di dosso: li sentivo puntati sul mio corpo, mi sentivo spogliata della mia intimità.
Feci finta di non capire e conclusi il mio lavoro dicendo a mio padre che volevo tornare nella mia cameretta per studiare. Mi prese la mano, mi fermò e mi rimproverò dolcemente che non potevo stare lontano da lui che aveva tanto atteso il mio ritorno.
Mentre mi diceva queste parole, con l’altra mano prese a carezzarmi il sedere, con la prima mano continuava a stringere la mia quasi ad impormi una dolce violenza per non farmi andare via. Rimasi immobile, indecisa, stupita e interiormente attratta da quella sua carezza. Completò quelle carezze oscene con dei complimenti un pò spinti: ti sei fatta un bel culetto da signorina ! non mi dire che ci fai godere qualche giovanotto ? Ma no papà, che dici ! Intanto la sua carezza si fece più intensa, scendeva lungo i jeans e s’insinuava da dietro le cosce e risaliva talvolta lungo la fessura dei glutei, talvolta invece si spingeva in avanti a carezzarmi la fica. Trovai la forza per allontanare la sua mano dalla fica che cominciava a sentire gli effetti di quelle carezze; non volevo cahe capisse che mi stavo eccitando. Tornò di nuovo sul culetto che non si stancava di carezzare e strofinare con sempre maggiore convinzione. Poi prese fiato e mi disse con tono di comando: non dovrai mai farti toccare da nessuno sul culo, e alzandosi mi accompagnò senza togliere neppure per un istante la mano dal mio sedere, nella mia cameretta. Entrati in camera conobbi un’altra persona rispetto all’uomo che avevo sempre conosciuto; mi spinse con forza sul letto, mi tolse con fatica i jeans, mi baciò le natiche scoperte dal mio minuscolo tanga, tolse anche questo, quasi con uno strappo violento e prima ancora che io potessi reagire, ma non ne avevo la forza e forse neppure la volontà, abbassò i suoi pantaloni e tirò fuori un cazzo enorme, nero e durissimo. Lo vidi con la coda dell’occhio, ne fui spaventata ma al tempo stesso attratta. Ero inconsapevole di quello che voleva farmi, tacevo e subivo: lui non poteva farmi del male, mi aveva sempre voluto bene.
Vide infatti la mia pelle accaponarsi e sentì il bisogno di rassicurami: ora tu farai come ti dico io, così non sentirai dolore, anzi ti piacerà. Mi lasciò per lunghi interminabili minuti sul letto, nuda dal culo in giù ed esposta completamente alla sua volontà. Tornò dal bagno con un tubetto in mano; non capivo cos’era e a cosa servisse. Ne estrasse un’abbondante quantità sulle sue dita e prese a carezzarmi il solco delle natiche insistendo soprattutto sul buchetto. Lo carezzava e tormentava con mille giri, delicatamente accennava ad entrare e tornava indietro, poi riprendeva a solleticarlo e a penetrare a poco a poco sempre più in profondità. Sentivo il mio buchetto allargarsi sotto le sue dita, un calore interiore s’impadroniva del mio culo. Sotto la pressione delle sue dita il mio buchetto si allargava e stringeva quasi ad un ordine superiore della sua volontà. Vivevo un’ansia confusa mentre dalla fica colavano i primi fiotti di umore che avevo provato solo qualche volta nei balli stretti stretti, quando il ballerino di turno tra i nostri amici, mi faceva sentire la pressione del suo uccello sul mio ventre.
Ad un tratto con la sinistra mi abbassò la testa sul letto, non vedevo più niente, ma sentivo le sue mani spingersi più oscenamente ad allargare i glutei e ad esplorare l’orifizio che gli procurava tanto piacere; allargò le mie cosce, mi fece puntare le ginocchia contro il margine del letto, mi accostò la cappella del suo grande cazzo sul buco: era caldissima e fremente, sembrava muoversi indipendentemente dalla sua volontà. Sentii nettamente che mi desiderava tantissimo e che aspettava quel momento da chissà quanto tempo. Ormai ero anch’io in preda al desiderio di ricambiargli l’amore che mi dava. Affondò delicatamente il suo cazzo dentro il mio culo, ne ricevetti un forte senso di calore, lo sentivo gonfiarsi e ansimare dentro di me. Scivolava silenzioso ad esplorare la mia intimità violata e felice; lo sentivo inturgidirsi e gonfiarsi, dava dei colpetti via via sempre più forti; ogni tanto si fermava completamente immobile, tranne il suo cazzo che, agitandosi dentro di me, mi trasmetteva lussuriose sensazioni di piacere che si trasformavano ancora in fiotti più abbondanti e irrefrenabili; lui colse questo mio cedimento e ne approfittò per assestare dei colpi più violenti e decisi: mi sentii quasi trapanare fino in fondo allo sfintere, la sua cappella si spingeva a scaldarsi e a scaldarmi recipocamente, finchè in un ultimo susslto accompagnato da mugugni quasi bestiali versò dentro di me una smisurata quantità di sperma che mi inondò di dolcissimo calore. Cedetti alla forza dei suoi colpi e al peso del suo corpo che giacque sopra il mio con l’asta ancora rigida che sgocciolava le ultime gocce della sua passione. Quando si alzò da me che rimasi immobile a godermi le sensazioni terribili e stupende di quell’esperienza, si chinò, mi baciò dolcemente i glutei e, carezzandoli, si avvicinò al mio orecchio e mi disse: “questo culetto deve essere sempre mio; potrai dare gli altri buchi del tuo piacere agli uomini che ti ameranno, ma non dimenticare che questo culetto dovrà essere solo mio”. Mi fece giurare di mantenere il segreto e divenni per diversi anni la sua amante segreta.
A questo punto ero stato silenzioso ad ascoltare, fedele al giuramento di non arrabbiarmi; ma non potei più trattenermi e le chiesi se, anche dopo il nostro matrimonio aveva concesso il culo a suo padre. Tacque, ma fece cenno di sì con la testa. L’afferrai per le spalle, la scossi e le chiesi: come hai potuto tradirmi così ?
Rispose candidamente che non era tradimento; era un giuramento che aveva voluto rispettare fino alla sua morte, quando durante le cure che gli prestava le fece fare un ulteriore giuramento: “potevo concedere solo a te l’uso del mio culo; ma ho sofferto, ho atteso, non volevo.
Ora sai tutto, ho portato con me questo segreto per tanti anni; solo tu puoi aiutarmi a guarire da questo peso”, concluse guardandomi con tenerezza negli occhi.
Le giurai che l’avrei aiutata e …. da allora i nostri rapporti diventarono più ricchi di diversivi; scopri una troia che non conoscevo e che mi avrebbe reso molto felice

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